Ma che male ci sarebbe stato se Gesù avesse trasformato le pietre in pane, placando così una fame durata quaranta giorni? E il poter ricevere la potenza e la gloria di tutti i regni del mondo senza dover soffrire la croce gli avrebbe perfino semplificato le cose, no? Inoltre, una dimostrazione del potere di Dio con l’invio dei suoi angeli a sostenerlo nella caduta, qualora si fosse gettato giù dalla cima del tempio, sarebbe stata una grande trovata pubblicitaria per la sua causa! Forse il fine non giustificherebbe i mezzi?
Il ragionamento umano direbbe proprio di sì, eppure chiunque conosca davvero Dio e la sua Parola rifiuterebbe immediatamente un’idea simile. Il Signore non avrebbe mai fatto nulla in obbedienza al diavolo, nemmeno per calmare la fame. Né avrebbe evitato la croce se ciò avesse comportato l’adorazione di Satana. E, d’altronde, al momento opportuno, tutti i regni del mondo saranno di Gesù. Infine, non aveva affatto bisogno della pubblicità suggerita dal diavolo, soprattutto se implicava tentare Dio.
In aggiunta, esistono altri tre aspetti nella tentazione di Gesù nel deserto. Sono come tre tasti che, se premuti, cercano di suscitare una reazione del corpo, dell’anima e dello spirito. Facendo leva sulla fame, Satana prova a risvegliare in Gesù un ardente desiderio di appagamento carnale, qualcosa di irrealizzabile nel Figlio di Dio (“la concupiscenza della carne”). Poi, mettendo in mostra, come in una vetrina, la potenza e la gloria di tutti i regni del mondo, il diavolo vuole far nascere in Gesù la “concupiscenza degli occhi”, a lui impossibile. E suggerendogli di buttarsi dal tempio per essere sorretto dagli angeli, e così ottenere fama e prestigio, il diavolo vuole stimolare la “superbia della vita”, qualcosa che non si troverebbe mai in Gesù, Dio e Uomo. (1 Giovanni 2:16-17).
Tuttavia, noi, che non siamo il Figlio di Dio ma esseri umani comuni, abbiamo dentro di noi questi tre pulsanti pronti a rispondere quando azionati. Fanno parte del ‘pacchetto’ della natura peccaminosa che abbiamo ereditato da Adamo. Nella tentazione nel Giardino dell’Eden, “la donna vide che l'albero era buono da mangiare, che era piacevole agli occhi e che l'albero era desiderabile per rendere uno intelligente” (Genesi 3:6). Dall’apostolo Giovanni, nella sua prima epistola, vengono definiti anche come desiderio carnale, desiderio d'occhi e superbia di vita.
A causa del peccato, il nostro corpo, la nostra anima e il nostro spirito sono diventati vulnerabili alle tentazioni, le quali promettono soddisfazione fisica, gloria mondana e riconoscimento pubblico. Essere tentati non è peccare: Gesù è stato tentato e sa come immedesimarsi in coloro che sono tentati (Ebrei 2:18). Il cadere in tentazione, però, è peccato, e noi siamo soggetti a cadute. Fortunatamente, Dio è fedele e non permette che quelli che gli appartengono siano tentati oltre le loro forze, “ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare.” (1 Corinzi 10:13). Tale via d’uscita si ottiene pure in tre modi: dipendenza da Dio, devozione a Dio e fiducia in Dio.
Comunque, questo vale solo per chi non è più povero, prigioniero e cieco. Se lo sei ancora, il rimedio arriverà nei prossimi 3 minuti.
Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)