"E l'Eterno mi rispose e disse:
'Scrivi la visione, incidila su delle tavole,
perché si possa leggere speditamente'". Abacuc 2:2

#113 - Getsemani - Matteo 26:36-46

Dopo aver cenato, Gesù si reca con i suoi discepoli in un giardino, ma il nome di quel luogo non è per niente piacevole. Getsemani significa “frantoio”, e lì Gesù sarebbe stato davvero schiacciato dall’angoscia, pensando a ciò che lo attendeva sulla croce. Nel frattempo i discepoli si addormentano, ignari della gravità della situazione.

Non erano le frustate dei soldati, la corona di spine o i chiodi a riempire di terrore il cuore di Gesù. Molte persone hanno già subito torture maggiori e più a lungo di lui. La sua apprensione era dovuta a quello che sarebbe avvenuto dopo le violenze inflittegli dagli uomini. Agonizzava solo al pensiero del castigo che avrebbe ricevuto da Dio, quando lui fosse stato fatto peccato al nostro posto.

Settecento anni prima Isaia aveva già predetto il vero motivo della croce: “Ma egli è stato trafitto a motivo delle nostre trasgressioni, fiaccato a motivo delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiam pace, è stato su lui, e per le sue lividure noi abbiamo avuto guarigione.” (Isaia 53:5). Gesù, perfetto Dio e perfetto uomo, che non ha mai peccato e che non avrebbe mai potuto peccare perché non aveva la stessa natura peccaminosa che noi abbiamo ereditato da Adamo, sarebbe stato fatto peccato sulla croce.

Non si può neanche immaginare quanto lui abbia sofferto sulla croce sotto il castigo divino, poiché se ci fosse una formula per calcolarlo, essa dovrebbe includere la somma del castigo eterno di tutti quelli che sono stati salvati da lui. Un’eternità di giudizio concentrata in tre ore. Non è stato nel Getsemani che Gesù ha sofferto per i nostri peccati, e nemmeno nelle sue prime ore sulla croce, ma nel momento in cui Dio gli ha nascosto il volto (Salmi 69:17), e l’ha abbandonato sulla croce, cioè in quelle tre ore di tenebre che hanno coperto tutta la terra.

Nel Getsemani, pensando a tutto ciò, per tre volte Gesù fa la stessa preghiera: “Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi.” (Matteo 26:39). Alcuni potrebbero pensare che Gesù stesse esitando, oppure dubitando se dovesse proprio andare avanti. Una frase nel Vangelo di Giovanni, però, elimina qualsiasi dubbio sulla sua disponibilità a compiere la sua missione, perché afferma: “Ora è turbata l’anima mia; e che dirò? Padre, salvami da quest’ora! Ma è per questo che son venuto incontro a quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome!” (Giovanni 12:27-28).

Credo che in quella triplice domanda, “se è possibile, passi oltre da me questo calice”, ci sia un messaggio per noi, principalmente nella risposta del Padre. Sì, il Padre gli ha risposto col silenzio, il quale ancora oggi echeggia per tutto l’Universo, rendendoci chiaro che non era possibile allontanare da lui quel calice. Gesù lo beve fino alla fine per risolvere una volta per tutte la questione del peccato, affinché ci sia salvezza per noi. Se oggi gli facessimo una domanda simile come, ad esempio, “Padre, se possibile, salvami in un altro qualsiasi modo, tranne che con la morte di Gesù sulla croce”, la risposta di Dio sarebbe ancora un’altra volta il silenzio, perché non è possibile.

Nei prossimi 3 minuti Gesù sarà arrestato.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#112 - L’ultima cena - Matteo 26:17-30

Il punto alto dell’adorazione cristiana non è nessun tipo di spettacolo gospel con tanto di luci, fuochi d’artificio e alti decibel, ma una celebrazione tanto semplice e discreta quanto lo è stato il modo di vivere di Gesù. Nel capitolo 26 di Matteo lui istituisce la cena perché ci si ricordi della sua morte. Giuda se ne esce prima, il che rende questa cena una celebrazione riservata a coloro che sono in comunione con Gesù.

La cena del Signore è stata così tanto deturpata che oggi persino organizzazioni occultiste, come la massoneria e la gnosi, ne celebrano una sorta di caricatura. Anche tra i veri cristiani il suo significato è stato distorto. Il testo è chiaro: Gesù rende grazie, rompe il pane e lo dà ai suoi discepoli, dicendo: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo” (Matteo 26:26). Poi, preso un calice di vino, rende grazie e lo dà ai suoi discepoli, perché tutti lo bevano, dicendo: “Questo è il mio sangue” (Matteo 26:28).

Parlava di simboli e non letteralmente del suo corpo, che continuava lì, accanto ai discepoli, e non sul tavolo. Il suo sangue non era stato ancora versato ed era ancora nel suo corpo, e non come rappresentato dal pane e dal vino, separati l’uno dall’altro. Lui ha anche fatto delle altre affermazioni simboliche come, ad esempio, “io sono la porta... la vite... la via... ”, e nessun sano di mente penserebbe mai che Gesù stesse parlando di una sorta di transustanziazione che lo avrebbe davvero reso una porta, un albero o una strada. Pietro, oltre a Paolo, in una delle sue epistole ha anche detto che lui è la roccia (I Pietro 2:8; I Corinzi 10:4).

La cena nei vangeli aveva un carattere diverso da quella che è stata rivelata a Paolo, in I Corinzi 11, affinché fosse celebrata dai cristiani. La prima indicava una morte che doveva ancora avvenire. La cena che celebriamo oggi è il ricordo di una morte già accaduta. In entrambe Gesù è vivo al momento della celebrazione: nella prima, perché non era ancora morto sulla croce, e adesso perché è già risuscitato. La cena, quindi, non ha il carattere di una veglia funebre con un corpo presente, come la pensano alcune persone, e non è nemmeno la ripetizione del sacrificio di Cristo, com’è considerata da molti. Si tratta unicamente di un memoriale, di un ricordo o di un ritratto del sacrificio di Gesù.

In I Pietro, capitolo 3, leggiamo che “Cristo ha sofferto una volta per i peccati” (I Pietro 3:18). Ed Ebrei 9 ci dice che lui “non è entrato in un santuario fatto con mano... e non per offrir se stesso più volte... ma ora, una volta sola, alla fine dei secoli, è stato manifestato, per annullare il peccato col suo sacrificio... così anche Cristo, dopo essere stato offerto una volta sola, per portare i peccati di molti, apparirà una seconda volta... ” (Ebrei 9:24-28).

Questi versetti dovrebbero essere sufficienti per chi crede nella Parola di Dio. Il pane e il vino continuano a essere pane e vino, e non hanno nessun potere, come se fossero una specie di pozione magica. È sbagliato cercare di trasformare le cose materiali in oggetti di culto, come fanno i pagani. Attribuire simili fantasie alla cena significa perdere di vista il suo vero significato, che è quello di ricordare il sacrificio di Gesù sulla croce, e non lì sul tavolo.

E ora ci sarà un importante consiglio. I discepoli gli chiedono: “Dove vuoi che ti prepariamo da mangiare la pasqua?” (Matteo 26:17), e ricevono istruzioni ben dettagliate, poiché Gesù sarebbe andato a trovarli soltanto in quel luogo, e in nessun altro. Se avessero scelto un posto a loro piacimento, non si sarebbero ritrovati insieme. Prima di decidere dove dovresti ricordare il Signore nella sua morte, chiediglielo. Quella sera c’era solo un posto.

Nei prossimi 3 minuti il Getsemani sarà all’altezza del suo nome.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#111 - La pasqua - Matteo 26:17-30

Era il primo giorno della festa dei pani senza lievito, la quale faceva parte delle commemorazioni della pasqua dei giudei. La pasqua era la celebrazione istituita da Dio prima dell’ultima delle dieci piaghe che sono cadute sull’Egitto, proprio perché il faraone si era rifiutato di liberare gli israeliti dalla schiavitù.

In quell’occasione ogni famiglia aveva sacrificato un agnello e ne aveva messo il sangue sugli stipiti della propria porta. Mentre gli israeliti mangiavano l’agnello arrosto dentro le loro case, l’angelo del Signore è passato sull’Egitto, portando con sé l’ultimo dei dieci giudizi di Dio contro questa nazione, cioè la morte di tutti i primogeniti. Le case, le cui porte erano state segnate dal sangue, sono state risparmiate. Questo sangue indicava che lì era già morto un agnello al posto del primogenito. La parola “pasqua” significa “passare oltre”.

Ho letto che, durante la seconda guerra mondiale, un villaggio in Europa è stato invaso da un gruppo di soldati disposti a eliminare i suoi abitanti. La missione di ogni soldato era entrare nelle case, ucciderli tutti e, all’uscita, lasciare un segno sulla porta con il sangue delle vittime, affinché gli altri soldati non perdessero il loro tempo entrandoci un'altra volta.

Uno degli abitanti del luogo se n’è accorto dello stratagemma, è corso a casa sua, ha ucciso un animale e ha fatto il segno di sangue sulla sua porta. Lui e la sua famiglia sono stati risparmiati. Oggi, quando Dio guarda l’umanità, vede due classi di persone: i peccatori salvati, che sono stati segnati dal sangue dell’Agnello di Dio quando hanno creduto in Gesù, e quelli che sono ancora soggetti al giudizio riservato ai peccatori non salvati.

Molte cose che leggi nell’Antico Testamento sono simboli di Cristo, e la pasqua è uno di essi. L’ultimo Agnello di Dio è già stato ucciso al posto del peccatore e il suo sangue è ora disponibile per contrassegnare chiunque decida di credere in Gesù. Gli israeliti, in quella fatidica notte in Egitto, avevano un solo modo per proteggersi dal giudizio di Dio: il sangue di un agnello. Oggi hai solo un modo per sfuggire al giudizio eterno: il sangue dell’Agnello.

Così, qualsiasi messaggio chiamato “vangelo” che non parli del sangue che è stato versato sulla croce da Gesù, l’Agnello di Dio, come essendo l’unico mezzo di salvezza, non è il vangelo che trovi nella Bibbia. Qualsiasi messaggio che parli di una salvezza basata sulle buone opere, esclude il sangue dell’Agnello. L’Epistola agli Ebrei ci dice che “senza spargimento di sangue non c’è remissione”, ossia non c’è rimozione di peccati (Ebrei 9:22).

Quella notte, in Egitto, tutte le famiglie hanno perso il loro primogenito, tranne quelle identificate dal sangue dell’agnello. Dio gli aveva promesso che, quando avesse visto il sangue, sarebbe passato oltre quella casa. E in te, cosa vede Dio? I tuoi peccati o il sangue dell’Agnello di Dio?

Nei prossimi 3 minuti Gesù fisserà un appuntamento con i suoi discepoli.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#110 - Ed io, che cosa ci guadagno? - Matteo 26:14-16

Giuda Iscariota era colui che si occupava della borsa la quale conteneva i soldi degli apostoli. Quando ha visto che quella donna sprecava circa un anno del suo stipendio con Gesù, e anche che era stata elogiata per questo, ha subito pensato che seguirlo non sarebbe stato un buon affare. Ed è per questa ragione che va in cerca dei capi sacerdoti per negoziare.

Insomma, lui era il tipo di persona che si domanda sempre: “Ed io, che cosa ci guadagno?”. Mettendo Gesù in vendita, avrebbe avuto l’opportunità di ricevere trenta monete d’argento, che a quel tempo erano sufficienti per comprarsi uno schiavo. Per lui sarebbe stato perfino un buon affare scambiare Gesù con uno schiavo che restasse a sua disposizione. Oggi Gesù continua a essere venduto come un servitore, solo per soddisfare i nostri desideri.

Gesù è annunciato dai predicatori come se fosse il genio della lampada di Aladino, che potrebbe essere invocato dal suo proprietario a piacere, per guarire ogni sorta di malattia del corpo, delle finanze e del cuore. Questi moderni “Aladini” promettono di strofinare la lampada magica ogni volta che i loro fedeli depositeranno le trenta monete. E sai una cosa? Con amici simili il Vangelo non ha bisogno di nemici. Quante persone conosci che non vogliono nemmeno sentirne parlare di Gesù proprio a causa di questi mercanti di anime?

Questo, però, non è quel Gesù che ci viene mostrato nei vangeli. Lui è quello che è venuto al mondo non per distribuire auto costose, ma per versare il suo sangue sulla croce e per salvare i peccatori. Sì, quando è stato qui, sicuramente ha guarito i malati e ha moltiplicato il pane, dimostrando così le sue credenziali di essere il Messia. Tuttavia, è stato soltanto sulla croce che ha veramente provveduto al rimedio per la radice di ogni male, il peccato, versando il suo sangue per purificarci e per renderci atti al cielo.

Oltre ad annunciare Gesù come un mero guaritore, questi predicatori impongono un immenso fardello sui loro fedeli. Cioè, quando questi fedeli non ottengono la guarigione promessa, molti cadono in disperazione poiché pensano di avere troppo poca fede, o che i loro peccati siano troppo numerosi. Se avessero letto con attenzione il libro degli Atti degli apostoli e le epistole, avrebbero subito capito che molti cristiani, inclusi Paolo e Timoteo, soffrivano di diverse malattie, indipendentemente dalle dimensioni della loro fede o dai loro peccati. L’essere guariti non rientrava nei piani di Dio e si sono rassegnati, sapendo però che Gesù si occupa anche di confortare e di consolare i malati.

Paolo, parlando della sua “scheggia nella carne”, probabilmente una malattia agli occhi, ha dichiarato fiducioso: “Per questo io mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando son debole, allora sono forte.” (II Corinzi 12:10). La porzione che Giuda cercava era il vantaggio materiale e immediato. Il profeta Geremia, però, ha affermato: “L’Eterno è la mia parte, dice l’anima mia, perciò spererò in lui.” (Lamentazioni 3:24). Qual è la tua porzione? La stessa di Giuda o quella di Geremia?

Nei prossimi 3 minuti Gesù celebrerà la Pasqua con i suoi discepoli. 

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#109 - Lo spreco di Dio - Matteo 26:6-13

Il capitolo 26 di Matteo ci mostra persone diverse, preoccupate di cose diverse: i religiosi della morte di Gesù, i discepoli del valore monetario di un profumo, Giuda dell’accordo per tradire il suo Maestro, i soldati della missione di arrestarlo, e Pietro della sua propria reputazione nel negare Gesù. Nel frattempo, una donna si avvicina e versa un’intera bottiglietta di un costosissimo profumo sul capo di Gesù. Che contrasto!

Si stima che lei abbia speso l’equivalente al salario minimo di circa un anno, nel denaro di oggi, per acquistare quell’olio odoroso. E i discepoli s’indignano di fronte a tale spreco. Perché non darlo ai poveri?

I poveri sono sempre serviti come giustificazione per tutto. I politici li usano per giustificare le loro campagne, le nazioni li usano per giustificare le loro politiche interne ed estere, e persino le religioni li usano per giustificare le loro dottrine. E molte di queste organizzazioni religiose usano le opere sociali soltanto come un pretesto per diffondere le peggiori eresie legate alla persona di Cristo.

Solo quella donna sembra capire che Gesù sta per morire e che non ci sarà più tempo per versare dei profumi sul suo cadavere, conforme alle usanze per la sepoltura. Quando Maria Maddalena, Salome e Maria madre di Giacomo si recheranno al sepolcro di Gesù per ungere il suo corpo con gli aromi, sarà ormai troppo tardi. Lui sarà già stato risuscitato.

Questo profumo versato era solo l’espressione pratica di una donna che aveva consegnato tutta la sua vita a Gesù. Molti pensano che credere nel Salvatore sia sprecare i migliori anni di una vita piena di piaceri e di opportunità. Sarà questo il tuo caso? Sei mai rimasto in dubbio mentre valutavi cosa potresti perdere se credessi nel Vangelo, se affidassi a Gesù il meglio di te?

Se lo hai già pensato, allora sarai d’accordo con me che lo spreco di Dio sia stato ancora più grande. Dio ci ha dato quello che aveva di più prezioso, suo Figlio stesso, perché morisse al posto dei peccatori, come tu ed io. Proprio così, persone che sono capaci di confrontare Gesù, l’eterno Figlio di Dio, con cose che non durano più di una vita, valutando quanto ci guadagnerebbero o ci perderebbero. E sono le stesse persone che hanno sempre voluto fare la propria volontà, tenendo Dio a debita distanza, in modo da utilizzarlo solo in caso di malattia, fallimento o sfortuna in amore.

Se Dio la pensasse in questo modo, Gesù sarebbe venuto a morire solo per le brave persone, e questo solo se esistesse qualcuna così al 100%. Dio, però, ci dimostra il suo amore nel fatto che Cristo è morto per noi essendo tutti noi ancora peccatori. E se lui ha pagato un prezzo così alto per riconciliare con sé persone che meritavano la condanna, prova a immaginare cosa mai lui riserverà nell’eternità a chi accetta ora il suo favore! Quella donna si è ricordata di Gesù e lui le ha garantito che ovunque il Vangelo fosse stato predicato, lei sarebbe stata ricordata. Chi si ricorda di Gesù in questa vita, non sarà mai dimenticato, eternamente.

Nei prossimi 3 minuti Gesù viene messo in vendita.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#108 - Liberandosi da Gesù - Matteo 26:1-5

Dopo aver finito di rivelare quello che succederebbe al mondo, Gesù annuncia ai suoi discepoli ciò che sarebbe dovuto accadere entro due giorni, durante la pasqua dei giudei: lui sarebbe stato consegnato per essere crocifisso. A pasqua i giudei ricordavano la notte in cui ogni primogenito dei figli d’Israele, in Egitto, era stato salvato dal giudizio di Dio grazie al sangue di un agnello sacrificato. Coincidenza? No.

Nel frattempo, i capi religiosi si riuniscono nella corte del sommo sacerdote detto Caiafa per deliberare una strategia su come arrestare e uccidere Gesù. Considerando l’acclamazione del popolo durante l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, un po’ prima, avrebbero avuto bisogno di pianificare molto bene la sua morte, anche per evitare un tumulto popolare. I giudei stavano organizzando la morte del loro Messia. Sarebbe mai possibile?

E fidati, ci sono molte più persone nel mondo che vorrebbero sbarazzarsi di Gesù. Anche tu ed io, in verità, non è che siamo spontaneamente così tanto amici suoi. Siamo nati nemici di Dio per natura. Se non ci credi, che ne dici di avere Gesù 24 ore al tuo fianco, non come un amuleto portafortuna come pretende la maggior parte delle persone, ma osservandoti ad ogni passo, leggendo i tuoi pensieri, dirigendo la tua vita e interferendo con i tuoi desideri? Sicuramente non ti sentiresti per niente libero.

Questo desiderio di libertà è stato ciò che ha portato Adamo ed Eva a mangiare il frutto che Dio gli aveva ordinato di non mangiare. Nel giardino di Eden gli esseri umani hanno proclamato la loro indipendenza dal Creatore. Guardati intorno: avrai di fronte a te un mondo di uomini che hanno voluto liberarsi da Dio. Cimiteri, prigioni, ospedali e sedute di psicoanalisi esistono per dimostrarci che non è stata una buona idea.

Il problema è che non siamo mai liberi dall’essere guidati da qualcuno. Se Dio non dirige la mia vita, essa sarà comandata dai miei istinti e dalla mia propria volontà. Adamo ha trasmesso questo “gene”, che la Bibbia chiama peccato, a tutte le generazioni, tu ed io compresi. Prima di pensare che sarebbe proprio bello poter vivere sempre come si vuole, ti chiederei: consentiresti, ad esempio, a tuo figlio di due anni di vivere come meglio gli paresse?

Credo che almeno saremmo d’accordo sul fatto che questo bimbo non abbia le condizioni per vivere da solo, senza che qualcuno si prenda cura di lui. E tu, quando raggiungerai la vecchiaia, ce le avrai queste condizioni? Anche se potrai non perdere totalmente il senno, arriverà un momento in cui non sarai più in grado di decidere cosa sarà il meglio per te stesso. Allora, che cosa ti garantisce che oggi la tua volontà propria sia la migliore? Cosa ti fa pensare che sia una guida sicura? La volontà propria del ghiottone lo porta a mangiare, dell’alcolizzato lo porta a bere, e del suicida lo porta a morire. Forse la tua non arriverebbe a questi estremi, ma che garanzie hai che sia perfetta?

Se non ti arrenderai a Gesù accettandolo come il tuo Salvatore, e se non ti lascerai guidare dalla sua volontà, non sarai molto diverso da quei giudei religiosi. Loro volevano sbarazzarsi di Gesù, ti ricordi? 

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#107 - I capri, le pecore e i piccoli - Matteo 25:31-46

Il capitolo 25 di Matteo termina rivelandoci ciò che accade subito dopo il ritorno di Gesù per regnare. Circa sette anni prima coloro che erano morti in Cristo sono stati risuscitati e la Chiesa, formata da tutti quelli che credono in Gesù, è stata rapita in cielo. In seguito c’è stato il principio di dolori, che è la prima metà di questi sette anni, e poi la grande tribolazione, che è la seconda metà, fino al ritorno di Cristo in gloria e maestà.

A questo punto lui avrà già inviato i suoi angeli a raccogliere, da tutto il mondo, le tribù perdute di Israele e i falsi cristiani, gli uni per vivere nella terra promessa, gli altri per vivere nello stagno di fuoco insieme alla bestia e all’anticristo. Dopo il rapimento della Chiesa e dopo la condanna dei falsi cristiani, le cosiddette nazioni cristiane resteranno vuote. Le persone rimaste sulla terra saranno principalmente quelle delle nazioni non cristiane. Ora, in questi versetti, sono riunite alla presenza del Re, perché lui separi i capri dalle pecore.

In questa scena ci sono tre classi di persone: i capri, le pecore e i fratelli più piccoli. Considerandosi che i veri cristiani sono già stati rapiti alcuni anni prima, qui questi fratelli più piccoli possono soltanto essere persone del popolo originale di Gesù, cioè il rimanente dei giudei fedeli che si convertiranno durante gli anni di tribolazione. Il criterio per decidere chi sarà considerato un capro e chi una pecora dipenderà dal modo in cui queste nazioni avranno trattato questi “minimi fratelli” di Gesù (Matteo 25:40).

Il Re metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra, e condurrà le pecore affinché entrino nel Regno che gli è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Questa distinzione è importante perché tu capisca la differenza tra i due popoli di Dio, ossia la Chiesa che è il popolo destinato al cielo, e Israele insieme alle nazioni che parteciperanno al Regno terreno, il quale durerà mille anni. In Efesini 1:4 leggiamo che la Chiesa è stata scelta prima della fondazione del mondo; qui le pecore godono di qualcosa che è stato programmato sin dalla fondazione del mondo.

Le pecore sono identificate come essendo quelli che avranno accolto e nutrito lo straniero, il prigioniero e il bisognoso. Gesù gli dice che nel fare tutto questo, l’avevano fatto a lui stesso. E quando le pecore gli domandano chi fossero allora questi stranieri, prigionieri e bisognosi, il Re gli risponde che erano i suoi fratelli più piccoli. Così, in quel giorno, si terrà conto del modo in cui queste nazioni si saranno comportate rispetto ai giudei.

I capri sono quelli che non avranno accolto e nemmeno nutrito lo straniero, il prigioniero e il bisognoso, rappresentati dai fratelli più piccoli di Gesù, come già sopraccitato. A questo punto i capri andranno al castigo eterno e le pecore entreranno nel Regno insieme a Israele. Sì, stiamo parlando di persone vive che abiteranno in un mondo trasformato ma simile all’attuale. Le persone continueranno a piantare, a viaggiare e ad avere figli. Siccome la selezione tra capri e pecore è stata fatta solo tramite un criterio esterno, durante il regno dei mille anni ci sarà ancora il peccato, e ogni mattina i trasgressori saranno tolti dal Regno con la morte (Salmi 101:8). Nel frattempo la Chiesa, che sono quelli salvati da Cristo, regnerà dal cielo insieme a lui.

Nei prossimi 3 minuti vedremo i giudei, proprio quelli che Gesù vuole così tanto salvare, che cospireranno contro di lui.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#106 - Investimenti - Matteo 25:14-30

Ecco qui ancora una parabola che ci parla di un signore assente, il quale affida dei talenti ai suoi servitori, secondo la capacità di ciascuno. Nel Vangelo di Luca 19:13 questa stessa parabola include persino un ordine: “Trafficate finch’io venga”. Il talento era l’unità usata per grandi quantità di denaro, e ognuno ammontava a più di trenta chili d’oro o d’argento. Considerandosi che a un servitore ne sono stati dati cinque, all’altro due e al terzo uno, anche chi ne ha ricevuto poco, ne riceveva molto. 

A volte confondiamo la parola “talento” di questa parabola con le abilità naturali, come la musica, lo sport, ecc. Qua, però, non è questo il caso. Credo che i talenti siano le responsabilità date a tutti quelli che professano il nome di Gesù. C’è qui un misto di grano e di zizzanie poiché uno dei servitori, alla fine, è condannato. I talenti sono distribuiti in base alla capacità d’investimento che ogni persona ha di ottenere dei risultati per il suo signore. 

Se professi di credere in Gesù, anche tu hai ricevuto delle responsabilità da compiere durante l’assenza del tuo Signore, e tutte esse rientrano nella tua capacità di moltiplicare. Chi ha ricevuto cinque talenti, ne ha guadagnati altri cinque investendoli, e chi ne ha ricevuti due, ne ha guadagnati altri due. Entrambi sono elogiati a causa della loro fedeltà e godono della gioia del loro signore. 

Tutti e due hanno investito bene ciò che hanno ricevuto, ma il terzo servitore non ha fatto altro che scavare una buca per seppellire il suo unico talento. Alla fine dà la colpa al suo signore: “Signore, io sapevo che tu sei uomo duro, che mieti dove non hai seminato, e raccogli dove non hai sparso; ebbi paura, e andai a nascondere il tuo talento sotterra” (Matteo 25:24-25). Dobbiamo ricordarci che il signore non ha dato ai suoi servitori un compito che andasse oltre le loro capacità, e sicuramente i primi due non avevano la stessa opinione del terzo sul loro signore. 

La prima e più evidente lezione in questa parabola è la necessità di essere bravi investitori in quello che abbiamo ricevuto dal Signore, durante la sua assenza. Questa, però, non è la lezione più importante. Colui che è stato capace di moltiplicare il pane e il pesce a migliaia, non ha certo bisogno dei nostri risultati. Lui vuole solo vedere la realtà della nostra fede e della nostra fiducia in lui. 

Facendo l’esatto contrario di Adamo ed Eva nel giardino di Eden, i due primi servitori accettano la parola del loro signore e fanno ciò che gli è stato ordinato. Loro non avevano paura di lui, non lo vedevano come un tiranno, e sapevano che non era ingiusto ma comprensivo e generoso. Ricordati che nessuno di loro ha mai ricevuto oltre la propria capacità di investire. 

Il cattivo e negligente servitore non conosce il suo signore, non obbedisce alla sua parola, non si fida di lui e, per di più, lo chiama ingiusto. In quale categoria rientri? Nel gruppo di quelli che accettano la Parola di Dio e sono sicuri di servire un Signore giusto e misericordioso, o sei uno di quelli che non ascolta ciò che lui dice, adoperando male le risorse che ti dà e, in aggiunta, incolpandolo delle disgrazie del mondo? Il servo negligente, alla fine, viene condannato. 

Nei prossimi 3 minuti Gesù torna a parlare della sua venuta in gloria per regnare in questo mondo.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#105 - Il grido di mezzanotte - Matteo 25:6-13

“E sulla mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, uscitegli incontro!” (Matteo 25:6). Allora le dieci vergini si sono svegliate e sono corse a preparare le loro lampade, però le insensate si sono fatte prendere dal panico quando hanno scoperto di non avere più dell’olio. E ne hanno chiesto un po’, in prestito, alle vergini prudenti.

Il problema è che l’olio dello Spirito Santo non è qualcosa che si possa dare in prestito. O ce l’hai o non ce l’hai, perché “se uno non ha lo Spirito di Cristo, egli non è di lui” (Romani 8:9). Le vergini avvedute indicano le persone veramente salvate tramite la fede in Gesù; le altre soltanto professano una religione, nient’altro. La salvezza è individuale, non è ereditaria e non passa da una persona all’altra. Le vergini stolte vanno in cerca dell’olio, ma ormai è troppo tardi.

Sì, lo sposo arriva, e le vergini che sono preparate entrano con lui nella sala delle nozze; poi la porta viene chiusa. Ed è inutile che le insensate gridino davanti all’uscio, dicendo “Signore, Signore, aprici!” (Matteo 25:11), giacché lo sposo gli risponde che non le conosce. Nella Bibbia, tutte le cinque occorrenze dell’espressione “Signore, Signore” si riferiscono sempre a persone che non credono in Gesù, e che nemmeno lo aspettano (Matteo 7:21-22; 25:11; Luca 6:46; 13:25).

I primi cristiani attendevano Gesù con grande aspettativa. Paolo s’include tra coloro che sarebbero saliti per incontrare il Signore nell’aria. Quando lui ci parla del rapimento della Chiesa, afferma “che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati” (I Tessalonicesi 4:15). Sì, Paolo viveva in attesa di un incontro imminente.

Purtroppo questo è andato perso nel corso dei secoli. I cristiani hanno cominciato ad aspettare la morte oppure la tribolazione che precede la venuta di Cristo per regnare, perdendo di vista l’imminenza dell’incontro con colui che ci ha promesso: “Io vado a prepararvi un luogo; e quando sarò andato e v’avrò preparato un luogo, tornerò, e v’accoglierò presso di me, affinché dove son io, siate anche voi” (Giovanni 14:2-3). Ciò nonostante, ci sono indizi indicanti che alcuni hanno mantenuto viva questa speranza, anche se in modo molto sparso.

Tuttavia, è stato solo nel diciannovesimo secolo che l’aspettativa dell’imminente venuta di Gesù per rapire la sua Chiesa è diventata parte integrante della vita cristiana, e il risultato si è tradotto in un secolo di evangelizzazione e di missioni senza precedenti. All’improvviso “l’olio” poteva essere trovato in ogni angolo del mondo. Quando vivi aspettando che Gesù ritorni in un batter d’occhio, ti rendi conto che non c’è più tempo da perdere.

Nell’originale, il testo non dice “sta arrivando lo sposo” o “lo sposo si avvicina”, ma “ecco lo sposo”, e questa differenza è importante. Non è l’evento in se stesso della venuta che aspettiamo, ma la persona che viene: Gesù, il Signore. Chi si occupa troppo dei segni o dell’evento della venuta, lo possiamo paragonare a una sposa che va all’aeroporto ad aspettare il suo sposo, il quale sta per arrivare dall’estero a prenderla, e finisce per interessarsi più al tabellone che annuncia gli atterraggi e i decolli che alla persona che la porterà via da quel posto.

Nei prossimi 3 minuti parleremo di investimenti.
Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#104 - Le dieci vergini - Matteo 25:1-5

Mentre la prima parte del capitolo 24 di Matteo si riferisce alla venuta del Messia e Re per Israele alla fine della grande tribolazione, il capitolo 25 ci parla della sua venuta in relazione a quelli che professano di credere in lui, siano falsi o veri. Se hai presente tutto quello che abbiamo già visto fino ad ora sul regno dei cieli, noterai che anche questa parabola inizia facendo riferimento a questo regno di un Re che ora è assente.

Le dieci vergini non rappresentano la Chiesa al singolare, come la sposa, poiché questo mistero sarebbe stato rivelato all’apostolo Paolo solo più tardi. E non rappresentano nemmeno un matrimonio poligamico. La sposa, unica e perfetta, formata soltanto da quelli che sono veri, non appare qui come tale. Le dieci vergini rappresentano la testimonianza individuale di coloro che professano di credere in Gesù. Tutte hanno una lampada che funziona a olio. Nella Bibbia la lampada, detta anche lume, appare come simbolo di testimonianza.

Ti ricordi che nel capitolo 5 Gesù ha dichiarato ai suoi discepoli che loro erano “la luce del mondo” (Matteo 5:14)? Già, non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma si dovrà metterla in un posto alto, per illuminare tutti quelli che sono in casa. Così, in ugual modo, dovrebbe risplendere la luce di quelli che professano di credere in Gesù, affinché gli uomini li guardino e diano gloria a Dio. Tra le dieci vergini, però, cinque erano stolte e non avevano preso dell’olio in più, invece le altre cinque erano avvedute perché le loro lampade ne erano fornite, portandosene anche nei vasi.

L’olio, nella Bibbia, compare come una figura dello Spirito Santo; quindi, abbiamo qua un misto di persone con e senza il “carburante” di una vera testimonianza. Ciò nonostante, tutte le vergini sono cadute nel sonno dell’indifferenza. Tanto le prudenti quanto le insensate sapevano che lo sposo sarebbe venuto, ma hanno perso di vista che quest’arrivo potesse accadere da un momento all’altro. E non è stato proprio quello che è successo alla cristianità nel suo insieme?

Non so se lo sai, però in questi duemila anni di storia i cristiani non hanno sempre aspettato la venuta di Gesù. La stragrande maggioranza ha sempre creduto che incontrarsi con Gesù significasse morire; e se ti trovassi davanti qualcuno che la pensasse così e gli dicessi che Gesù potrebbe venire proprio in quell’esatto momento, molto probabilmente vedresti un’espressione d’orrore sul suo volto.

Altri credevano che la venuta di Cristo per incontrare la Chiesa sarebbe stata preceduta dalla tribolazione, dunque non sarebbe potuta accadere in un batter d’occhio. Questa idea, oltretutto, escludeva Israele e contemplava soltanto la Chiesa. Non c’è voluto molto perché i cristiani considerassero i giudei come un popolo “usa e getta”. Prova a cercare su internet un manifesto scritto da Martin Lutero intitolato “Degli ebrei e delle loro menzogne”, e ne rimarrai veramente sorpreso dal pensiero corrente ai suoi tempi.

Beh, i miei 3 minuti sono scaduti, perciò ti parlerò di quello che succederà a mezzanotte solo nei prossimi 3 minuti.
Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#103 - Due servitori, due aspettative - Matteo 24:42-51

Gesù conclude il capitolo 24 di Matteo esortando i suoi discepoli a vigilare per non essere colti di sorpresa dalla sua venuta. Sebbene l’esortazione si applichi per primo a Israele, serve anche a qualsiasi persona che abbia creduto in Gesù in qualunque epoca. Vigilare significa mantenersi sempre svegli e preparati, consapevoli che qualcosa sta per accadere.

Fino ad oggi, tutti quelli che hanno già ricevuto la responsabilità di curare le cose di Dio, non hanno potuto vivere come meglio gli paresse e senza alcuna aspettativa della ricomparsa del loro Signore. Israele ha già avuto la sua opportunità di dimostrare che non stava aspettando il suo Messia, perché “è venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (Giovanni 1:11). Purtroppo, ora è il turno della cristianità, la quale dimostra la sua indifferenza nei confronti del ritorno, da un momento all’altro, del suo Signore.

Iniziando nel capitolo 24, e proseguendo poi nel capitolo 25, Gesù ci racconta tre parabole: quella dei due servitori, quella delle dieci vergini e quella dei diversi talenti. Fondamentalmente ci parlano della nostra necessità di essere fedeli, vigili e produttivi durante l’assenza del Signore. Ricordati che la fedeltà, la vigilanza e il lavoro sono cose che seguono la salvezza, e non sono mai dei mezzi per raggiungerla. La salvezza si riceve esclusivamente per grazia e non tramite i nostri sforzi. Solo il sangue di Gesù sparso sulla croce può purificarci dai nostri peccati.

Il fulcro delle tre parabole è l’atteggiamento di coloro che professano la fede in Gesù durante la sua assenza. Gesù, in esse, è rappresentato rispettivamente dal signore dei servitori, dallo sposo e dall’uomo che parte per un viaggio, affidando ai suoi servitori i suoi beni affinché li moltiplicassero. In tutte e tre le parabole troverai quelli che sono fedeli e quelli che soltanto professano una fedeltà che in realtà non esiste.

Il fedele servitore della prima parabola vive in attesa del ritorno del suo signore in qualsiasi momento. La sua aspettativa è ricompensata nel versetto 46, dove viene chiamato beato, cioè perfettamente felice. Così sarà al rapimento della Chiesa. D’altra parte, il servo infedele non ha nessun senso di responsabilità, poiché crede che il suo signore tarderà a tornare. Anzi, si sente meglio nella sua assenza che nella sua presenza. Nei versi 50 e 51, che rappresentano la venuta di Cristo per regnare, questo infedele servitore è preso alla sprovvista, come se inaspettatamente un ladro avesse invaso la sua casa per privarlo delle cose a cui più ci tiene.

Come ti senti rispetto a Gesù? Preferisci credere che la cosa migliore sia proprio che lui tardi a venire per goderti la vita un po’ di più? E se tornasse adesso, rovinerebbe i tuoi piani? Dopotutto, ora hai così tanti piani, così tante cose che vuoi ancora realizzare per Dio... chiacchiere, vero? Se consideri il ritorno di Gesù un intralcio, sarà meglio rivedere bene questa tua fede. In questa parabola il servitore che non aspettava il suo signore è stato chiamato ipocrita e alla fine viene condannato. La sua fedeltà non era reale. Nei prossimi 3 minuti troveremo dieci vergini e le loro lampade. 

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#102 - Angeli che condannano - Matteo 24:34-41

Negli ultimi 3 minuti abbiamo visto che Gesù ha mandato i suoi angeli in una missione di riscatto per ripopolare la terra di Israele con tutte le sue dodici tribù. Adesso, però, gli angeli sono inviati in una missione di giudizio e di condanna.

Ti ricordi della parabola delle zizzanie e del grano nel capitolo 13 di Matteo? Il proprietario del campo ci aveva seminato del grano ma il nemico, cioè il diavolo, è poi venuto e ci ha sparso delle zizzanie. I semi erano cresciuti insieme, tuttavia al tempo della mietitura sono stati mandati degli angeli per legare le zizzanie in fasci e per bruciarle. C’è scritto così:

“Il Figliuol dell’uomo manderà i suoi angeli che raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori d’iniquità, e li getteranno nella fornace del fuoco. Quivi sarà il pianto e lo stridor dei denti.” (Matteo 13:41-43).

Gesù ci avverte che il cielo e la terra passeranno, ma non le sue parole. Così, prima o poi tutto finirà per compiersi esattamente come lui l’aveva predetto. Afferma ancora che nessuno sa quando sarà quel giorno e quell'ora, quindi qualsiasi speculazione in questo senso sarebbe una sciocchezza. Noi possiamo solo capire l’epoca in cui tutto questo avverrà, in base ai segni che Gesù stesso ci ha rivelato. Come abbiamo visto prima, il fico che è già tornato a mettere le foglie è uno di questi segni.

Poi ci ricorderà dei giorni di Noè, quando la gente se ne fregava di quel tizio il quale continuava a dire che una gran tempesta stava per abbattersi sulla terra, inondando tutto quanto. Beh, c’era da aspettarselo perché, innanzitutto, chi avrebbe mai creduto a un uomo che stava costruendo una nave sulla terraferma? In secondo luogo, chi avrebbe mai creduto alla possibilità della pioggia? Sì, nella Bibbia la pioggia non viene menzionata prima del diluvio; in Genesi 2:6 troviamo che “un vapore saliva dalla terra e adacquava tutta la superficie del suolo”. Il discorso di Noè sul diluvio sembrava inverosimile ai suoi contemporanei, così come oggi le cose che Gesù ci dice qui sembrano inverosimili all'uomo moderno. Ecco perché ci vuole fede per credere alla Parola di Dio.

Allora, ricapitoliamo per vedere cosa c’è da aspettarsi. Prima, in un batter d’occhio, parte della popolazione mondiale scomparirà al rapimento della Chiesa, la quale è l’insieme di tutti quelli che sono stati salvati da Gesù. Poi ci saranno sette anni di tribolazione e il ritorno di Gesù per stabilire il suo Regno in questo mondo. Le dieci tribù sparse d’Israele saranno radunate dagli angeli alle altre due nella terra promessa. Gli angeli, in aggiunta, andranno in giro anche a raccogliere le zizzanie per gettarle nello stagno di fuoco, insieme alla bestia e all'anticristo, i quali saranno lanciati lì per primi. Il capitolo 24 di Matteo ci fornisce anche degli altri dettagli su queste azioni compiute dagli angeli durante la raccolta delle zizzanie.

Due persone saranno insieme, l’una sarà presa e l’altra lasciata. Vedi, questo non è il rapimento della Chiesa, perché al rapimento è il Signore stesso che radunerà i credenti, e non gli angeli. Inoltre, il paragone qui è con il diluvio, quando gli increduli sono stati portati via dalle acque del giudizio di Dio, mentre Noè e la sua famiglia erano in salvo nell'arca. Così, Gesù ci sta parlando degli increduli che sono portati via dagli angeli allo stagno di fuoco e non in cielo. Nei prossimi 3 minuti conosceremo due servitori, l’uno fedele, l’altro no. 
 
Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#101 - Angeli che radunano - Matteo 24:31-34

Al suo ritorno, Gesù invierà i suoi angeli in due diverse missioni. La prima sarà “radunare i suoi eletti dai quattro venti, dall’un capo all’altro dei cieli” (Matteo 24:31), portandoli poi alla terra di Israele, in un’operazione di riscatto senza precedenti. Chi sono questi eletti? Da altri passaggi della Bibbia sappiamo che la Chiesa è il popolo che Dio ha eletto prima della fondazione del mondo, e che Israele è il popolo eletto fin dalla fondazione del mondo. Poiché a questo punto la Chiesa non sarà più sulla terra, essendo stata rapita prima dei sette anni di tribolazione, qui gli eletti sono soltanto gli israeliti.

Circa settecento anni prima di Cristo, dieci tribù di Israele sono state portate in esilio, disperdendosi tra le nazioni e perdendo la loro identità. Dopo la morte di Gesù, anche le tribù di Giuda e di Beniamino, che erano rimaste nella terra di Israele, sono poi finite in esilio per duemila anni, ossia fino alla fondazione dello Stato di Israele nel 1948. Gli angeli che Gesù invia in questo capitolo riscatteranno e porteranno in Israele i discendenti delle dieci tribù disperse, che oggigiorno nessuno sa chi siano e dove siano, oltre ai giudei di Giuda e di Beniamino che non saranno ancora tornati in Israele.

Prima di chiedermi come troveranno posto in Israele così tante persone, ricordati che la popolazione mondiale sarà diminuita durante le catastrofi dei sette anni di tribolazione. Inoltre, la terra di Israele, da quel momento in poi, non sarà più limitata al territorio occupato ora dall’attuale Stato di Israele. Infatti, la terra promessa includerebbe anche la striscia di Gaza, la Cisgiordania, il Libano e parte della Siria. L’attuale occupazione è stata fatta da giudei ancora ribelli, che sono i discendenti di quelli che duemila anni fa hanno condannato a morte il Messia.

Gesù li avverte che un preannuncio della sua seconda venuta sarà quando i rami del fico si faranno teneri e metteranno le foglie. Oggi Israele è così, avente solo foglie e senza frutti per Dio, come il fico del capitolo 21 di Matteo che Gesù ha fatto seccare. Se proprio adesso aprirai un giornale o guarderai il telegiornale, c’è da scommetterci che ci sarà qualche notizia su questo fico. Questo è un segno della prossimità del ritorno di Cristo qui descritto. Se il rapimento della Chiesa avvenisse oggi, il conto alla rovescia sarebbe di circa sette anni. Per chiunque abbia già ascoltato il vangelo della grazia di Dio, l’unica possibilità di salvezza sarà credere in Gesù prima che avvenga questo rapimento. Dopo di ciò, ci sarà salvezza soltanto per chi non è stato mai evangelizzato o per chi non fosse stato abbastanza grande per capire il vangelo. Sai che sto parlando con te, vero?

Gesù gli dice “che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose”, descritte in questo capitolo, “siano avvenute” (Matteo 24:34). Quale generazione? Non potrebbe essere la generazione ai tempi di Gesù, perché quella è già morta. Ci rimane la generazione di quelli che ora vedono il fico mettere le foglie: la mia e la tua generazione. In Apocalisse Gesù promette di preservare la sua Chiesa dalla tribolazione che sta per venire su tutto il mondo. Credo che non ci sia più bisogno di ripetere che la Chiesa non è un’organizzazione religiosa, però l’insieme di tutti quelli che credono in Gesù, vero? Bene, allora l’avviso d’imbarco è già stato dato. Sulla carta d’imbarco c’è scritto pressappoco così: “Io credo nel Signor Gesù come il mio Salvatore.” L’hai già questa carta? Nei prossimi 3 minuti gli angeli partiranno per un’altra missione, una missione terribile.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#100 - La seconda venuta di Cristo - Matteo 24:27-30

La seconda venuta di Cristo sarà visibile in tutto il mondo, contrariamente al rapimento segreto della Chiesa, cioè di quelli che hanno creduto in Gesù e che dovrà occorrere circa sette anni prima. “Perché, come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente, così sarà la venuta del Figliuol dell’uomo.” (Matteo 24:27).

Quando Gesù è venuto per la prima volta, come un umile essere umano, è stato respinto e consegnato a morte. La sua seconda venuta non sarà così. Non verrà più in forma di servo, annichilendo se stesso (Filippesi 2:7), ma si presenterà in gloria e in maestà. Quando Gesù è morto sulla croce “si fecero tenebre per tutta la terra” (Matteo 27:45), ed essa ha tremato. Quando lui tornerà “il sole si oscurerà” un'altra volta (Matteo 24:29), e l’intero firmamento sarà scosso. Matteo ci parla delle “stelle che cadranno dal cielo” e del “segno del Figliuol dell’uomo” essendo visto nel cielo da chiunque.

Allora tutti capiranno in un attimo, sì, tutte le nazioni del mondo si lamenteranno quando vedranno venire il Figlio dell’Uomo sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria. Il profeta Zaccaria ci rivela i sentimenti di Gesù in quell’occasione: “Essi riguarderanno a me, a colui ch’essi hanno trafitto” (Zaccaria 12:10).

Riesci a immaginare come sarà veder tornare colui che gli uomini credevano d’essersi sbarazzati sulla croce? Sarà lo stesso Gesù che il popolo aveva scelto di far morire al posto di Barabba, un ladro e assassino, senza poter immaginare che lui lì stava veramente morendo al posto dei peccatori. Sarà lo stesso Gesù in nome del quale sono state realizzate crociate e guerre sanguinose. Sarà lo stesso Gesù in nome del quale sono stati uccisi milioni di veri cristiani. Infine, sarà lo stesso Gesù il cui nome è ora sfruttato dai “mercanti di anime”.

Sì, certamente, in quel momento nessuno avrà più alcun dubbio. Il disprezzato falegname emergerà come il Re dei re e il Signore dei signori. Il condannato afflitto, il cui volto era stato preso a pugni e sputato dai suoi carnefici, stavolta scenderà dai cieli col viso splendente come il sole. L’umile Agnello verrà come un Leone, e non più montato su di un asinello ma farà delle nuvole il suo carro.

La seconda venuta di Gesù sarà degna di colui “il quale è l’immagine dell’invisibile Iddio, il primogenito d’ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose, che sono nei cieli e sulla terra; le visibili e le invisibili”, uomini e angeli. “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui”, dall’atomo all’universo con le sue innumerevoli galassie. “Ed egli è avanti ogni cosa, e tutte le cose sussistono in lui” (Colossesi 1:15-17). È Gesù che sostiene “tutte le cose con la Parola della sua potenza” (Ebrei 1:3), inclusi tu ed io.

Se non hai ancora creduto in Gesù, adesso è arrivata l’ora. Perché coloro che non crederanno in lui prima che avvenga il rapimento segreto della Chiesa, trascorreranno poi i sette anni di tribolazione credendo piamente nell’Anticristo, e vedranno Gesù venire dal cielo non più come Salvatore, ma come Giudice. Oggi la salvezza è offerta gratuitamente. E dopo? Sarà meglio non correre questo rischio, vero? Nei prossimi 3 minuti gli angeli partiranno per una missione di riscatto.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#099 - La grande tribolazione - Matteo 24:15-26

Il discorso di Gesù continua a rilevare il carattere giudaico di Matteo 24. Nel versetto 15 siamo di fronte alla profanazione del Tempio di Gerusalemme, descritta dal profeta Daniele. Quando i giudei fedeli vedranno, in quel tempo ancora futuro, il sacrilegio commesso nel luogo santo, sapranno che l’ora sarà giunta. Affinché questo avvenga, però, il Tempio dovrà esistere di nuovo, quindi prima dovrà essere ricostruito. La frase “chi legge pongavi mente” (Matteo 24:15) avrà un gran significato per i giudei fedeli che leggeranno il profeta Daniele e capiranno che l’ora sarà giunta.

Questo capitolo continua a mostrarci che tutto qui è rivolto ai giudei. Oltre al riferimento al Tempio, che viene distrutto e riappare profanato nel versetto 15, Gesù gli parla dei falsi profeti, perché sono stati loro che hanno portato la Parola di Dio a Israele. Gli avvertimenti degli apostoli alla Chiesa sono contro i falsi maestri. Qui Gesù discorre anche sui falsi cristi che faranno dei grandi miracoli, e ricordati che “Cristo” significa “Messia”. Ci sono sempre state in giro delle persone che sostengono di essere Gesù, volendo così confondere i cristiani, ma quante ne trovi che affermano di essere il Cristo, il Messia di Israele, cercando di ingannare i giudei?

Le persone, a cui è indirizzata questa profezia, si trovano in Giudea, e sono esortate a fuggire sui monti ed a pregare che la fuga non avvenga di sabato, che è il giorno in cui i giudei non possono viaggiare, o d’inverno, che ovviamente comprende un solo emisfero. Gesù sta parlando di una tribolazione che non c’è mai stata fin dall’inizio del mondo, perciò non potrebbe essere associata a qualsiasi persecuzione, olocausto o guerra della storia, perché precederà il ritorno di Cristo, che non è ancora avvenuto.

Il capitolo 2 della seconda lettera ai Tessalonicesi afferma che in quel momento sarà manifestato l’Anticristo, il maestro dei miracoli, che si siederà nel Tempio di Gerusalemme proclamando di essere Dio. Ci dice anche che Dio farà sì che tutti quelli che avevano già ascoltato il vangelo ed erano stati lasciati indietro al rapimento della Chiesa, credano alla menzogna e seguano l’Anticristo. Così, se tu hai già ascoltato il vangelo della grazia e non hai ancora preso una decisione, il momento è adesso. Dopo, solo chi non è mai stato evangelizzato prima, potrà essere salvato.

L’Anticristo si rivelerà solo dopo che colui che lo trattiene, cioè lo Spirito Santo, sarà tolto dalla terra. Nel capitolo 2 di Atti degli Apostoli lo Spirito Santo è sceso sulla terra ed è venuto ad abitare individualmente in ogni persona che crede in Gesù, e collettivamente nella Chiesa. Quando i credenti in Gesù saranno tolti dalla terra al rapimento, lo Spirito Santo, che è il pegno o la garanzia della loro salvezza, sarà portato via con loro. Chi verrà evangelizzato dopo il rapimento della Chiesa, e crederà in Gesù, avrà lo Spirito Santo su di sé, come ai tempi dell’Antico Testamento, ma non lo avrà abitando in sé, come succede oggi.

Se credi veramente in Gesù, hai lo Spirito Santo, perché la Bibbia ci dice che “se uno non ha lo Spirito di Cristo, egli non è di lui” (Romani 8:9). E tu, sei di Gesù? Nei prossimi 3 minuti il firmamento sarà scosso dall’impressionante ritorno di Cristo.
Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#098 - La tribolazione - Matteo 24:4-14

Nel capitolo 24 di Matteo Gesù spiega ai giudei fedeli come saranno i sette anni di tribolazione che precederanno la sua venuta per regnare in questo mondo. Il “principio di dolori”, cioè la prima metà dei sette anni, sarà caratterizzato da molti che affermeranno di essere il Cristo, il Messia atteso, ingannando così molte persone. Gesù parla di guerre, di carestie e di terremoti come essendo le caratteristiche di questo periodo.

Guerre, carestie e catastrofi naturali si sono sempre verificate sulla terra, ma qui Gesù descrive queste cose a un livello mai visto prima. Poi gli parla dei suoi discepoli, i quali saranno perseguitati, uccisi e odiati da tutti. Sebbene sappiamo che questo succede anche nella storia della Chiesa, qua lui si riferisce a ciò che accadrà a quelli che si convertiranno durante i sette anni di tribolazione che devono ancora venire, principalmente fra i giudei.

In seguito appare una frase spesso mal interpretata da molti cristiani: “Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato.” (Matteo 24:13). Considerandosi che Gesù si sta rivolgendo ai giudei, e nel contesto del giudaismo, poniti la seguente domanda: Cosa intenderebbe un discepolo giudeo per “essere salvato”? Sicuramente non quello che intendiamo noi cristiani, vivendo oggi nel contesto religioso e culturale del cristianesimo, la cui speranza è celeste. La speranza del giudeo nell’Antico Testamento era terrena.

L’idea di andare in cielo era estranea a un giudeo. Le sue speranze erano l’instaurazione del Regno del Messia su questa terra, la liberazione dai suoi nemici e la sua prosperità materiale. Di fronte allo scenario che Gesù stava descrivendo, l’essere salvato, per un giudeo, significava uscirne vivo da quella situazione e poter partecipare al Regno. Pertanto, lui sta parlando di una salvezza del corpo, di qualcuno che è sfuggito alla morte fisica. La perseveranza qui significa essere sani e salvi all’arrivo del Re Gesù e del suo Regno. Però, prima che ciò accada, Gesù avverte che il vangelo del Regno dovrà essere predicato in tutto il mondo.

Il “vangelo del Regno” (Matteo 24:14) non è quello che è predicato oggi; era quello che Giovanni Battista predicava, e sarà predicato di nuovo dopo il rapimento della Chiesa. Giovanni Battista annunciava che il Messia e Re era già arrivato, dicendo loro qualcosa del tipo “Ravvedetevi, poiché il Regno dei cieli è vicino.” (Matteo 3:2). Se i giudei non avessero rigettato il loro Messia la prima volta, il Regno sarebbe stato stabilito in questo mondo. Oggi capiamo che questo rifiuto è stato usato da Dio per formare la Chiesa, un popolo con privilegi ancor più grandi di quelli dati a Israele.

Il vangelo che è predicato oggi, durante il periodo della Chiesa, è diverso dal vangelo del Regno. Il cristiano non sta aspettando un Re. Anzi, non troverai da nessuna parte nelle lettere degli apostoli che Gesù sia il Re dei cristiani. Ai giudei, però, è stato promesso che regnerebbero sulla terra con Gesù, il Re atteso da Israele. Il vangelo predicato oggi è il vangelo della grazia di Dio, e non ha ancora raggiunto il mondo intero, come succederà al vangelo del Regno. Il messaggio non è più “Ravvedetevi, poiché il Regno dei cieli è vicino”, ma “Credi nel Signor Gesù e sarai salvato” (Atti 16:31). Hai già creduto in lui? Penso proprio che dovresti credergli per non essere lasciato indietro. Nei prossimi 3 minuti vedremo quanto c’è di giudaico nelle profezie del nostro capitolo. 

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#097 - La parentesi profetica - I Tessalonicesi 4:15-18

Negli ultimi 3 minuti ho parlato di una parentesi che dura da più di duemila anni, ossia il periodo della Chiesa, la quale è l’insieme di tutti coloro che credono in Gesù. La Chiesa non appare nel capitolo 24 di Matteo, che tratta di Israele e del mondo in generale, e particolarmente del rimanente dei giudei che ancora in futuro crederanno in Gesù. Questa parentesi è stata aperta con la formazione della Chiesa nel secondo capitolo di Atti degli Apostoli, quando Dio ha smesso di trattare con Israele e ha cominciato a trattare con tutti coloro che si convertono a Gesù, siano essi giudei o gentili. Questa è la Chiesa o il Corpo di Cristo.

E questa stessa parentesi sarà chiusa con un evento noto come il rapimento della Chiesa, descritto in I Tessalonicesi 4. Lì Paolo ci dice “che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati” (I Tessalonicesi 4:15), cioè coloro che sono morti nella fede. L’apostolo s’include tra quelli che sarebbero rimasti vivi fino a quest’avvento del Signore, poiché per quest’avvenimento non c’è una data precisa. Potrebbe essere accaduto tanto ai giorni dell’apostolo quanto può accadere proprio oggi o tra cent’anni. Ci sono indicazioni, però, che non ci vorranno ancora altri cent’anni.

Sebbene le profezie bibliche riguardino Israele, e non la Chiesa, da quello che ha scritto il profeta Daniele e da altri passaggi sappiamo che la venuta di Gesù per stabilire il suo regno dovrebbe aver luogo sette anni dopo la sua morte. Poiché il periodo della Chiesa è una parentesi, essendo un’inserzione iniziata dopo la morte di Gesù, questi sette anni sono una sorta di “animazione sospesa”. Lo scatto per far ripartire l’orologio profetico è il rapimento della Chiesa.

Ora immagina di metterti in viaggio per visitare un amico che vive in Italia ma a sette chilometri dalla frontiera con la Francia. Sulla strada non ci saranno dei cartelli per indicarti quanto manca ad arrivare a casa sua, però esisteranno delle segnalazioni mostrandoti quanto dista il confine da raggiungere. Il capitolo 24 di Matteo ed altre profezie sarebbero questi cartelli, ossia i segni che ti indicano quanto manca al confine, perché Cristo ritorni in gloria. Sette anni prima avrà luogo questo rapimento.

Questi versetti della prima epistola ai Tessalonicesi ci rivelano che il Signor Gesù, al momento del rapimento della Chiesa, scenderà dal cielo, ma senza mettere piede sulla terra; diversamente, però, accadrà sette anni dopo, quando verrà per regnarci. Al rapimento lui comparirà soltanto sulle nuvole, e quelli che sono morti nella fede risusciteranno per primi. Poi, i viventi che credono in Gesù avranno i loro corpi trasformati e saranno rapiti per incontrare il Signore nell’aria. Niente di tutto ciò sarà visto dagli increduli, così com’è successo con Gesù quando è apparso a più di cinquecento discepoli dopo esser risuscitato, non presentandosi a nessun incredulo.

Al rapimento rimarranno indietro due classi di persone: chi ha già ascoltato il vangelo e non ha creduto in Gesù, inclusi quelli che credono solo a parole, e coloro che non sono mai stati evangelizzati. I primi non avranno mai più un’altra opportunità, anche se molti tra questi continueranno a frequentare i loro templi e le loro funzioni religiose. Tra le persone del secondo gruppo, cioè fra quelle che non sono mai state evangelizzate, molte si convertiranno a Gesù, guidate da un rimanente di giudei convertiti e fedeli. Ed è a loro che Gesù rivolge il suo discorso nel capitolo 24 di Matteo, al quale torneremo nei prossimi 3 minuti.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#096 - La profezia - Matteo 24:1-3

I capitoli 24 e 25 del Vangelo di Matteo sono profetici. Ciò significa che non avranno molto senso per te, se prima non avrai creduto in Gesù come il tuo Salvatore. La profezia biblica non è stata data per soddisfare la curiosità umana e, sebbene ci parli degli eventi in questo mondo, il suo tema principale è Gesù. In Apocalisse 19:10 c’è scritto: “La testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia.”.

Matteo 24 inizia con Gesù che esce dal Tempio di Gerusalemme per l’ultima volta. Non avrebbe mai più messo piede lì. Mentre i discepoli cercano di attirare la sua attenzione sulla bellezza della sua costruzione, Gesù mette in chiaro le cose, dicendogli: “Non sarà lasciata qui pietra sopra pietra che non sia diroccata.” (Matteo 24:2). Per capire meglio questo capitolo è necessario tener presente che Gesù sta parlando ai suoi discepoli che sono giudei, che vivono sotto la Legge data tramite Mosè e che stanno ragionando all’interno del contesto culturale e religioso di Israele, non della Chiesa, la quale verrebbe a esistere solo più tardi.

Perciò, quando vogliono sapere, in Matteo 24:3, “quando avverranno queste cose”, si riferiscono alla distruzione del Tempio, e quando gli chiedono “quale sarà il segno della tua venuta”, stanno parlando dell’avvento di Gesù come il Messia, per stabilire il suo regno in Israele. E la domanda sulla “fine dell’età presente” non riguarda la “fine del mondo”, ma la fine di un’era, la fine di quello stato di cose che precedevano l’instaurazione del regno.

Storicamente la Chiesa è una sorta di parentesi profetica che si è aperta con il momentaneo rifiuto di Israele e, per questo, la profezia biblica deve essere vista come una linea continua del tempo che subisce un’interruzione, la quale già dura da duemila anni, per poi essere ripresa 7 anni prima della venuta di Gesù per regnare su Israele. Questo capitolo ci parla di questi 7 anni e i discepoli qui, essendo giudei, sono trattati come se loro stessi partecipassero a questo periodo che, per noi, è ancora futuro.

Nel capitolo 9 del libro del profeta Daniele impariamo che, dopo la morte del Messia, ci sarebbe stato un periodo di 7 anni, nel mezzo del quale l’anticristo avrebbe agito. La prima metà di questi 7 anni, chiamata Tribolazione, è presentata in questo capitolo come il “principio di dolori” (Matteo 24:8). La seconda metà, chiamata Gran Tribolazione, è un periodo di sofferenze mai visto prima.

Gesù non risponde direttamente alla prima domanda, quella su quando il Tempio sarebbe stato distrutto, ma sappiamo che nell’anno 70 l’esercito romano ha incendiato il Tempio, che era costruito di pietre e ricoperto di legno e oro lamellare. Con il calore intenso del fuoco l’oro si è sciolto, colando giù e riempiendo le fessure tra le pietre dei muri, e non lasciando altra scelta agli invasori se non quella di smantellare il Tempio, pietra dopo pietra, per poter raschiare tutto l’oro. Questa profezia si è già adempiuta, e non è stata lasciata pietra sopra pietra.

Ora punta il tuo telescopio verso un tempo ancora futuro, quando i giudei torneranno al palcoscenico dell’attenzione di Dio e l’orologio profetico ricomincerà a battere dopo l’intervallo che è il tempo attuale della Chiesa, la quale non è trattata direttamente nella profezia. È di questo che parlerò nei prossimi 3 minuti.
Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#095 - Riverenze - Matteo 23:6-12

Nel capitolo 23 di Matteo Gesù continua a parlare dei religiosi che volevano apparire più spirituali dei comuni cittadini. Abiti, lauree e titoli possono servire molto bene per contraddistinguere le persone in qualsiasi istituzione umana, ma non nelle cose di Dio. Nella Chiesa, che è l’insieme di tutti i salvati per la fede in Gesù, solo lui dovrebbe distinguersi. In questo capitolo ci insegna che nessuno dovrebbe essere chiamato con un titolo distintivo che lo differenzi dai suoi fratelli.

I suoi discepoli non dovrebbero chiamarsi l’un l’altro “rabbi” o “rabbino”, che in ebraico significa “maestro” o “grande”, perché erano tutti uguali e avevano un solo maestro: Gesù. Nessuno dovrebbe essere chiamato “padre” o “prete”, nel senso di qualcuno spiritualmente superiore. C’è un solo Padre, colui che è nei cieli.

Nella società onoriamo le persone che hanno raggiunto qualche importante posizione grazie al loro sforzo e al loro merito. Dottore, Maestro, Eccellenza, Onorevole, Illustrissimo, ecc. sono titoli che concedono diversi gradi di riverenza alle varie mansioni e professioni di rilievo. In una società ciò è corretto, ma nelle cose di Dio non lo è.

Anche se capiamo che nelle cose di Dio riceviamo la salvezza e i doni per grazia e non per sforzo, cosa vediamo, purtroppo, in giro oggi? Uomini che ricevono titoli e riverenze come se fossero superiori ai loro fratelli. Forse sarai uno di loro e non ci hai mai pensato, ma cerca di paragonare tutto ciò che vedi a quello che Gesù ci insegna qui. Sarà proprio vero che ti andrebbe bene di essere chiamato “Dottore in Divinità” dopo aver letto questo intero capitolo? Ma dai, hai ancora il coraggio di dire che sei così esperto nelle cose di Dio da essere chiamato dottore?

E che ne dici di essere chiamato “Sommo Pontefice” che significa “Capo Supremo”, oppure “Eminenza” che il vocabolario definisce come essendo qualcuno che abbia superiorità morale e intellettuale? Ti consideri degno di essere riverito fino al punto di adottare il titolo di “Reverendo”? Gesù afferma che “il maggiore fra voi sia vostro servitore.” (Matteo 23:11). Hai mai visto qualche servo farsi chiamare “Vostra Eminenza” o “Reverendo”?

Gesù poi continua, insegnando che “chiunque s’innalzerà sarà abbassato, e chiunque si abbasserà sarà innalzato.” (Matteo 23:12). E prosegue descrivendo ciò che Dio pensa dei religiosi che esaltano se stessi, che amano le lusinghe e gli omaggi pubblici. I titoli che Gesù gli conferisce sono tutt’altro che nobili. Li chiama ipocriti, sepolcri imbiancati, stolti e guide cieche, tra altre cose. Quando vedi come Gesù trattava le persone nei Vangeli, puoi subito concludere che per lui le scorie della società non erano le prostitute, i ladri e gli assassini.

Nei prossimi 3 minuti Gesù ci rivelerà un futuro buio per Israele.
Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#094 - Moda ecclesiastica - Matteo 23:4-5

Negli ultimi 3 minuti abbiamo visto che nemmeno Pietro ha potuto fare a meno di agire con ipocrisia, una caratteristica distintiva anche tra i leader religiosi di Israele. Dicevano una cosa e ne facevano un’altra. Ora Gesù ce lo descriverà in dettaglio, e crederai persino che starà parlando di ciò che vediamo oggi nella cristianità.

Gesù accusa i giudei religiosi di legare dei fardelli pesanti e di metterli sulle spalle della gente, quando loro stessi non li volevano muovere neppure col dito. E inoltre li accusa anche di fare di tutto solo per essere visti dagli uomini, totalmente diverso dall’esempio dato da Giovanni Battista, che ha detto rispetto a Gesù: “Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca.” (Giovanni 3:30).

I religiosi cercavano anche di vestirsi in modo da essere riconosciuti come essendo diversi dal resto del popolo. In questo capitolo Gesù non sta criticando gli abiti che i sacerdoti erano obbligati a indossare, ma sta accusando il clero di esagerare nel loro look, quando allargavano i loro filatteri e allungavano le frange dei loro mantelli.

I filatteri erano delle strisce di stoffa legate alla fronte e al braccio, su cui c’erano scritti dei passaggi delle Scritture. In alcuni casi c’erano anche delle scatolette di cuoio che contenevano alcuni fogli di pergamena. Quando Dio ha ordinato che la sua Parola fosse messa sulla fronte e sul braccio, voleva soltanto indicare che essa dovrebbe dirigere i loro pensieri e le loro azioni. Le istruzioni su come vestirsi, fornite dall’Antico Testamento, non dovrebbero mai essere usate come pretesto per mettersi in mostra, perché questo sarebbe come dire: “Ehi, ragazzi, guardate come sono obbediente!”.

Oggi non esiste un abbigliamento specifico per il cristiano, ma esiste il buonsenso. Potrei andare in giro con una gonna a scacchi in Scozia, o con una lunga tunica in Egitto, e non farmi notare. Se invece lo facessi in Italia, provocherei un certo turbamento; e lo stesso succederebbe anche se io andassi in spiaggia in pigiama, ad esempio.

Perciò, dovresti capire una cosa: essere un cristiano non è vestirsi in questo o in quel modo. Se te ne andrai in giro tutto fiero, credendo che il tuo modo di vestire ti renda superiore, più santo e più spirituale, e se poi guarderai le altre persone che non si vestono come te come se fossero persone di secondo ordine, devi sapere che non sei da solo. Anche i farisei sentivano lo stesso.

Beh, se ora credi di essere un leader religioso e ti piace indossare l’ultima moda ecclesiastica, seguendo il figurino specificato dalla tua denominazione religiosa, o perfino inventandoti qualche altro bel tipo solo per apparire ancor più spirituale dei laici, ho delle brutte notizie per te: sei fuori moda, e per più di una o due stagioni. Sarebbero ormai passate circa ottomila stagioni, perché l’abbigliamento clericale è giù di moda così come il clero, già da molto tempo, da duemila anni. Nei prossimi 3 minuti ci sarà ancor di più: Gesù ci parlerà dei titoli e dei trattamenti d’onore. 

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#093 - L’ipocrisia di Pietro - Galati 2:11-14

Lasciamo stare per 3 minuti il Vangelo di Matteo per dare un’occhiata alla lettera dell’apostolo Paolo ai Galati, che erano i cristiani che vivevano in Galazia. In essa Paolo ci parla di un incontro che ha avuto con l’apostolo Pietro, raccontandoci così:

“Ma quando Cefa fu venuto ad Antiochia, io gli resistei in faccia perché egli era da condannare. Difatti, prima che fossero venuti certuni provenienti da Giacomo, egli mangiava coi gentili [i cristiani non giudei]; ma quando costoro furono arrivati, egli prese a ritrarsi e a separarsi per timor di quelli della circoncisione” (Galati 2:11-12), cioè i giudei convertiti a Cristo, che ancora credevano di dover obbedire alla Legge dell’Antico Testamento.

E poi Paolo continua: “E gli altri giudei si misero a simulare anch’essi con lui; talché perfino Barnaba fu trascinato dalla loro simulazione. Ma quando vidi che non procedevano con dirittura rispetto alla verità del Vangelo, io dissi a Cefa in presenza di tutti: Se tu, che sei giudeo, vivi alla gentile e non alla giudaica, come mai costringi i gentili a giudaizzare?” (Galati 2:13-14).

Hai appena potuto notare che lì c’era una differenza di opinioni. I giudei che si convertivano a Gesù volevano continuare a seguire i comandamenti dell’Antico Testamento, a osservare il sabato, a dare la decima, a circoncidere i loro figli, ecc. Tutto questo era stato ordinato a Israele, ma ora erano Chiesa. L’Epistola ai Galati è una lettera dura, perché i propri cristiani della Galazia erano caduti in questo inganno di credere che la salvezza venisse attraverso l’obbedienza ai comandamenti.

Qui Paolo racconta come ha particolarmente rimproverato l’apostolo Pietro per voler agire con ipocrisia. Pietro conosceva la verità e capiva questa differenza tra Israele e la Chiesa, ma per paura di dispiacere ai giudei convertiti, che insistevano nel mantenere il vecchio ordine di cose, lui si allontanava dai suoi fratelli gentili quando i suoi fratelli giudei si avvicinavano. E per di più voleva costringere i gentili a vivere come giudei, quando lui stesso, Pietro, non viveva più così.

Pietro era un uomo come tutti noi; non c’era nulla d’infallibile in lui ed era soggetto alle stesse debolezze e ipocrisie a cui tu ed io siamo soggetti. Hai mai cercato di mostrarti come qualcuno che non sei soltanto per impressionare? Anch’io, e pure Pietro. Hai mai detto a qualcuno di vivere in un certo modo quando tu stesso non vivi così? Anch’io, e pure Pietro. Quindi, se dovrai guardare qualcuno come il tuo esempio da seguire, guarda Gesù. Non ha mai commesso un fallo. Non è mai stato un ipocrita. Lui non ti deluderà mai.

Io, tu e ogni essere umano, che sia già passato o stia passando adesso su questo pianeta, siamo tutti imperfetti, ed è per questo che non c’è salvezza in nessun altro tranne che nel Figlio di Dio. Dio non ha trovato nemmeno uno che potesse morire per i peccati del mondo, perciò ha mandato suo Figlio, ed è in lui che devi credere. Nei prossimi 3 minuti torneremo al Vangelo di Matteo per vedere cosa sta combinando il clero dei giudei.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#092 - Il clero - Matteo 23:1-3

Gesù torna a dedicare un intero capitolo del Vangelo di Matteo, il 23, a coloro che sono sempre stati un problema per Dio: il clero. L’interessante, però, è che lui non predica la disobbedienza o la ribellione. Finché non fosse venuto il tempo della Chiesa, il giudaismo continuerebbe a valere, il Tempio a Gerusalemme continuerebbe ad essere il luogo di adorazione e le persone continuerebbero ad adorare in verità, secondo le Scritture, ma non in spirito.

Quei giudei religiosi occupavano un posto di autorità, e Gesù lo riconosce quando precisa che si sedevano sulla cattedra di Mosè. Così, il popolo avrebbe dovuto fare quello che i religiosi dicevano, ma non fare quello che facevano. Sì, perché dicevano una cosa e poi ne facevano un’altra.

Tutto questo è già passato, e oggi non puoi far valere questo stesso tipo di autorità. Siamo nel periodo della Chiesa, non di Israele, e quando dico “chiesa”, per favore, devi capire che mi riferisco al corpo di Cristo, formato da tutti quelli che sono nati di nuovo tramite la fede in Gesù, e non sto parlando di una qualsiasi organizzazione religiosa.

Il cristiano non va a un tempio, perché lui stesso è il tempio dello Spirito. Non va a Gerusalemme per adorare, perché lui adora dove due o tre sono riuniti nel nome di Gesù. Lui non ha bisogno d’intermediari, perché è atto a entrare direttamente alla presenza di Dio. E l’apostolo Pietro ce lo afferma nella sua prima epistola:

“Anche voi, come pietre viventi, siete edificati qual casa spirituale, per esser un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo.” “Ma voi siete una generazione eletta, un real sacerdozio, una gente santa, un popolo che Dio s’è acquistato, affinché proclamiate le virtù di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce.” (I Pietro 2:4-9).

Questo vale per qualsiasi convertito, da poco o da molto tempo. Se ti converti a Cristo e credi che lui sia morto sulla croce per te, che il suo sangue sia stato sufficiente per purificarti da tutti i tuoi peccati e per salvarti eternamente, i versetti sopraccitati valgono anche per te. A differenza della religione giudaica, in cui c’era una classe speciale di uomini, un clero, nella Chiesa tutti sono speciali, tutti sono sacerdoti e tutti hanno uguale accesso a Dio.

Ma questo è quello che vedi in giro? Purtroppo, no. La cristianità ha adottato molte cose dal giudaismo, specialmente la struttura clericale. Eh, sai com’è, l’essere umano ha sempre voluto esercitare potere sulle persone. Torniamo, però, al clero giudaico.

Quando Gesù ha detto alle persone che dovevano ascoltare ciò che i religiosi dicevano, ma che non dovevano fare ciò che facevano, ci ha mostrato che la principale caratteristica dell’uomo religioso è l’ipocrisia, che è fingere di essere qualcosa che in realtà non si è, che è migliorare soltanto l’apparenza per così poter conquistare il rispetto degli altri, e che è esigere che gli altri vivano in un modo in cui lui stesso non vive. Nei prossimi 3 minuti vedremo Pietro comportarsi così, con ipocrisia.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#091 - Il secondo comandamento - Matteo 22:39-40

Dopo aver parlato del primo gran comandamento - amare Dio sopra ogni cosa - Gesù ci parla del secondo: “Ama il tuo prossimo come te stesso.” (Matteo 22:39). Oggigiorno questo secondo comandamento è molto usato dagli scrittori spiritualisti ma in modo zoppo, perché ci induce al seguente ragionamento:

“Beh, se ho bisogno di amare il mio prossimo come me stesso, sarebbe meglio che io adesso cominciassi ad amarmi di più... mmh... vediamo... ultimamente non mi sono amato molto, non mi sono valorizzato... dovrei davvero aumentare la mia autostima... ” Hai già capito dove voglio arrivare, vero?

Appunto, e il passo successivo sarà chiedere al mio prossimo che aspetti una vita, mentre prima cerco di risolvere la questione dell’amare me stesso. Questo ci porta a quella massima usata sempre di più dalla pubblicità: “Ti meriti di essere felice!” Poiché il cuore umano è insaziabile, non riterrò mai di amarmi già abbastanza da poter, così, amare il mio prossimo.

Quest’atteggiamento ci riporta all’idolatria, di cui ho parlato negli ultimi 3 minuti, e più specificamente all’adorazione di se stessi. Sarà stato così che Gesù ci ha amati? No, per amarci lui “annichilì se stesso, prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini; ed essendo trovato nell’esteriore come un uomo, abbassò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte della croce.” (Filippesi 2:7-8). Questo sì che è amore.

Poiché abbiamo una natura corrotta dal peccato, tu ed io, però, non siamo capaci di amare come Gesù ha amato, a meno che non ci sia un intervento divino per trapiantare questo suo amore in noi. Quest’intervento avviene quando credi in Gesù, e nell’effetto che il suo sacrificio sulla croce ha sulla tua colpa presso Dio.

L’apostolo Giovanni, conosciuto come essendo “il discepolo che Gesù amava” (Giovanni 21:20), ci scrive: “Diletti, amiamoci gli uni gli altri; perché l’amore è da Dio, e chiunque ama è nato da Dio e conosce Iddio.” (I Giovanni 4:7). Vedi l’ordine delle cose? Non è amando il tuo prossimo che sarai salvato, però colui che è già salvo, che è nato da Dio, è quello in grado di amare con un amore che non è il suo, ma che proviene da Dio.

Nel suo vangelo, questo stesso Giovanni afferma che “il Padre ama il Figliuolo, e gli ha dato ogni cosa in mano. Chi crede nel Figliuolo ha vita eterna; ma chi rifiuta di credere al Figliuolo non vedrà la vita, ma l’ira di Dio resta sopra lui.” (Giovanni 3:35-36). Ma cos’è questa ira? È la pena che tutti noi meritiamo perché siamo peccatori. La giustizia richiede una condanna del trasgressore, però Dio non si compiace di condannarti a un’eternità nelle tenebre. Ed ecco qui ancora una volta Giovanni, il quale nella sua prima epistola ci dice:

“In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Iddio, ma che Egli ha amato noi, e ha mandato il suo Figliuolo per essere la propiziazione per i nostri peccati." (I Giovanni 4:10). “Propiziare” significa placare l’ira di Dio. Ora fa' attenzione: Gesù è morto sulla croce perché tu fossi salvato. L’ha fatto per te. Ci sarà un amore più grande del suo? No. Esisterà ingratitudine più grande che quella di disprezzare quest’amore? No.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#090 - Il gran comandamento - Matteo 22:34-38

Alla fine del capitolo 22 di Matteo i farisei cercano nuovamente di mettere Gesù alla prova. Ora è il turno di un teologo di quell’epoca, che gli domanda: “Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?” (Matteo 22:36).

E Gesù gli risponde: “Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua e con tutta la mente tua.” (Matteo 22:37). Nel Vangelo di Marco viene anche aggiunto “e con tutta la forza tua.” (Marco 12:30). Tutto ciò è incluso nella totalità del nostro essere: emozione, entusiasmo, intelletto e vigore. Se questo è il gran comandamento, il gran peccato sarà amare in questo stesso modo qualsiasi altra cosa.

L’uomo moderno, mentre guarda Discovery Channel, crede di essere molto più evoluto delle persone mostrate in questi documentari, le quali adorano pietre, mucche o qualche decrepito guru. Il problema è che puoi essere un idolatra anche in giacca e cravatta, e con un dottorato post laurea nel tuo curriculum. Basterà fidarsi di qualsiasi altra cosa tranne che di Dio.

Ti senti al sicuro solo con le tasche piene? Il denaro è il tuo dio. Hai perso la voglia di vivere perché sei stato scaricato dalla tua ragazza? Brucia dell’incenso sul suo altare. È in palestra, o seguendo una dieta, che hai la tua garanzia di vita eterna? Canta lodi alla bilancia. Ciò che ami di più, ciò di cui ti fidi di più, ciò su cui scommetti tutto, questo è il tuo idolo, a cui attribuisci il merito di averti dato sicurezza, felicità e benessere.

Idolatria è l’essere controllato da qualsiasi altra cosa ma non da Dio. Scegliamo i nostri idoli e non ci rendiamo nemmeno conto di quanto siamo dominati da loro. Tutte le cose che possono essere considerate la ragione del nostro vivere, dalle quali dipendiamo e di cui ci fidiamo, saranno il nostro pantheon, il nostro Olimpo, l’altare dei nostri sacrifici.

La nostra cattiva condotta ci può anche rivelare chi ha in mano il controllo. Quando commetti un peccato come, ad esempio, mentire, ti affidi ai tuoi propri istinti, schemi e ragionamenti, invece di fidarti di Dio. O quando ti lasci andare alle tentazioni, idem, perché fai a meno di Dio e consegni loro il comando.

Forse oggigiorno non c’è culto più frequentato dall’uomo moderno che quello della sua volontà propria. Viviamo prostrati davanti all’altare dei nostri capricci, cantando il mantra: “Mi merito di essere felice”. Questo ci rende indulgenti verso le nostre manie e simili ad aborigeni che porgono le loro offerte a un ippopotamo male abituato.

Lo spiritualismo moderno ci porta a credere che la soluzione a tutto, inclusa la nostra salvezza eterna, sia in noi. Così, pensiamo che siamo buoni per natura, o che i nostri possibili difetti e peccati possano essere sanati con una bella dose di buone azioni e spiritualità.

Quando la pensiamo così, voltiamo le spalle a Dio, a colui che vuole avere il controllo al 100% della nostra vita e della nostra volontà, per poter risolvere il 100% dei nostri problemi, a cominciare dal primo: la purificazione dei nostri peccati fatta 2000 anni fa sulla croce. Nei prossimi 3 minuti Gesù ci parlerà del secondo gran comandamento.



Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#089 - Parola, potenza e fedeltà - Matteo 22:23-33

I sadducei, un’altra setta del giudaismo, erano razionali e scettici all’estremo. Non credevano ai miracoli, agli angeli o alla resurrezione. Mettevano in dubbio il soprannaturale e, ovviamente, Gesù sarà sempre un ostacolo per coloro che non vogliono credere a ciò che va oltre a quello che gli occhi possano vedere o a quello che il cervello riesca a capire.

Qui cercano di incastrare Gesù in una situazione senza vie d’uscita, volendo far sembrare che la resurrezione sia un’idea assurda. Basandosi sulla Legge dell’Antico Testamento, la quale diceva che se una donna diventasse vedova, senza prole, avrebbe dovuto sposare il fratello di suo marito deceduto per garantirgli la discendenza, i sadducei gli chiedono: “E se lei si sposasse altre sei volte con i fratelli del marito per lo stesso motivo, di quale dei sette sarà poi moglie nella resurrezione?”

Allora Gesù gli segnala tre falli nel loro ragionamento. Innanzitutto gli mostra che ignorano le Scritture, altrimenti saprebbero che il matrimonio cessa con la morte e che i resuscitati saranno come gli angeli, che non si sposano o non hanno rapporti sessuali. Eppure, anche così, tutti noi manterremo le nostre identità in base al genere. Io continuerò ad essere Mario, e Maria continuerà ad essere Maria.

Il loro secondo sbaglio: se conoscessero la potenza di Dio, saprebbero che la resurrezione non è un problema per chi ha creato l’uomo dalla polvere della terra. Ed è dalla polvere che ci resusciterà, perché ha abbastanza potere per farlo.

Infine, gli spiega che Dio ha fatto un patto con Abramo, Isacco e Giacobbe, continuando a parlare di loro come essendo persone vive, e non morte. Inoltre, sappiamo che le promesse che Dio ha fatto loro non si sono compiute nel tempo in cui sono vissuti qui, quindi ancora le godranno in futuro. La resurrezione è coerente con la fedeltà di Dio.

Ogni volta che qualcuno mette in dubbio la Parola di Dio, è perché, prima di tutto, non la conosce. E, in secondo luogo, questa persona non ha idea che, in realtà, tutto ciò che esiste è venuto all’esistenza solo attraverso la Parola di Dio, e che questa stessa Parola ha potere. Dio ha parlato e le cose sono venute a esistere. Gesù ha gridato: “Lazzaro, vieni fuori!” (Giovanni 11:43), e il cadavere puzzolente di un uomo morto da quattro giorni è rivissuto.

E, in terzo luogo, la stessa Parola che ci rivela tutto questo, proviene da qualcuno che ha credibilità sufficiente da garantire che, nonostante la morte, le sue promesse saranno compiute. Dio fa le promesse ai vivi, ed è ai vivi che consegnerà ciò che ha promesso. Quelli che sono morti credendo in lui, saranno resuscitati per ricevere le benedizioni promesse. Quelli che sono morti rifiutandosi di credergli, saranno resuscitati per essere gettati nello stagno di fuoco, essendo stati avvertiti da questa stessa Parola.

Il cuore incredulo, però, è come il cemento: col passare del tempo s’indurisce sempre di più. Nei prossimi 3 minuti i farisei lo metteranno alla prova un’altra volta.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#088 - Io, Cesare e Dio - Matteo 22:15-22

“A Dio quel che è di Dio.”. Riconosci questa frase? Sicuramente, ma è molto più comune ascoltare solo la sua prima parte: “A Cesare quel che è di Cesare” (Matteo 22:21). Questo perché la maggior parte delle persone preferisce omettere la seconda parte, essendo essa compromettente. È vero che diamo a Cesare ciò che è di Cesare; però, e a Dio?

I giudei cercano di cogliere Gesù in qualche parola, affinché abbiano qualcosa di cui accusarlo. Per primo vengono i farisei religiosi e legalisti, insieme agli erodiani, una sorta di politici che adulavano il re Erode. Ricordati che Erode e altri re, che hanno governato Gerusalemme durante il dominio romano, erano burattini di Roma.

Dopo aver cercato di attirare Gesù con lusinghe, lodandolo con enfasi, gli hanno domandato: “È egli lecito pagare il tributo a Cesare, o no?” (Matteo 22:17). Immediatamente Gesù li chiama ipocriti perché volevano solo metterlo alla prova. Se lui gli avesse risposto che era giusto, l’avrebbero accusato di essere un traditore e un nemico dei giudei; se gli avesse detto il contrario, sarebbe stato accusato di essere un sovversivo e un nemico dei romani.

Così, Gesù chiede loro di mostrargli una moneta, la stessa usata per pagare il tributo a Cesare, e poi gli domanda di chi sarebbero l’effigie e l’iscrizione su di essa. “Di Cesare”, gli rispondono. “Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio.” Allora, se ne vanno, meravigliati dalla sua risposta.

Gesù ha sempre una risposta per ogni cosa, ma potrebbe non essere quella che ci aspettiamo. Come quei farisei e quegli erodiani, noi cerchiamo di rinchiuderlo entro i nostri propri limiti e proviamo a controllarlo, puntando sempre ai nostri interessi. Abbiamo in tasca una moneta a tre facce: Io, Cesare e Dio. In quest’ordine.

Quando credi in Gesù, rinunci alla tua propria volontà, quella stessa che ti portava sempre più lontano da Dio. Ciò, però, non significa che la perdi quando ti converti. Essa continuerà a voler apparire, e ogni tanto finirà per assumere il controllo della situazione, soltanto per poi pentirtene.

Col tempo scopri che la comunione con Dio è quello che trasforma la tua vita, e non c’è niente di meglio che vivere facendo la sua volontà e non la tua, o quella di Cesare. Non sto dicendo che tu non debba più obbedire al governo e alle autorità, o che sarai esente da imposte. Devi ancora dare a Cesare ciò che è di Cesare, ma dare comunque a Dio ciò che è di Dio; e lui merita di avere la miglior parte, perché tutto quello che sei e tutto quello che hai, proviene da lui. Vuoi sapere come si sente Dio a volte?

Prova a dare un cioccolatino a tuo figlio e poi chiedigliene un pezzettino. Se tuo figlio non te lo darà, saprai pressappoco come si sente Dio quando non condividi con lui tutto ciò che hai ricevuto. I farisei e gli erodiani non volevano rendere nulla a Gesù, nemmeno il riconoscimento che gli era dovuto. Ridavano a Cesare ciò che era di Cesare, ma non ridavano a Dio ciò che era di Dio. Nei prossimi 3 minuti sarà il turno dei sadducei di cercare di coglierlo in fallo nelle sue parole.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#087 - L’abito di gala - Matteo 22:11-14

Alla festa di nozze, della parabola raccontata da Gesù nel capitolo 22 di Matteo, si richiedeva di indossare un abito di gala. L’invito era per chiunque, indipendentemente dalla sua condizione, e tutto era già stato preparato, compreso l’abito adeguato per gli invitati, come, ad esempio, quelle giacche d’uso obbligatorio che ci sono nei ristoranti chic per gli sprovvisti clienti.

La grazia di Dio ci invita tutti, e Dio ha già preparato proprio tutto affinché possiamo essere salvati. Quindi, non c’è più niente che tu debba fare o debba portare per godere della salvezza eterna. Questo dono, però, dovrà essere accettato nella sua totalità per essere considerato consegnato. Sarebbe come ricevere un pacco dal postino e poi firmargli la ricevuta, accettando così tutto ciò che vi è contenuto dentro.

Il re ospitante chiede come mai un invitato, che era lì presente, ci fosse entrato senza avere l’abito di nozze. E quest’uomo zittisce, perché non ci sono argomentazioni quando siamo alla presenza di Dio. Io posso ingannare molte persone ma Dio sa se sono genuino o no. Solo lui è in grado di distinguere le zizzanie dal grano, e lo farà al momento giusto. Per ora continuerà a esserci un mix di veri e falsi in questo mondo.

Quest’abito di gala non sono regole o comandamenti per meritarsi una salvezza, la quale Dio ci offre davvero gratuitamente; non è nemmeno lo zelo religioso, di cui i giudei ne erano campioni. E loro erano così zelanti che hanno subito provveduto a rimuovere il corpo di Gesù dalla croce il venerdì, in modo da non violare il comandamento dell’osservanza del sabato.

La mancanza dell’abito di nozze ci porta al libertinaggio, il che significa credere che la grazia di Dio possa essere ricevuta solo parzialmente. Invece no, perché quando accetti il suo invito, ciò comprende anche il lasciarsi vestire in modo da esprimere la dignità richiesta alla presenza di Dio. Chi non accetta la grazia di Dio nella sua interezza, avrà lo stesso destino dell’ospite malvestito, che viene legato e gettato nelle tenebre conforme all’ordine del re. Gesù spiega che molti saranno chiamati ma pochi saranno scelti.

Se accetti il suo invito, acconsenti anche a lasciar fuori dalla festa i tuoi vecchi vestiti, e a essere vestito con i nuovi. Firmi la ricevuta di un pacco che includerà il lasciarsi rivestire di Cristo, essendo trasformato per somigliargli, e indossando quella giustizia pratica che esprime l'elevatezza di colui che ti ha salvato. E accetti di lasciarti coprire con le vesti di giustizia che Dio ha preparato per te.

La salvezza ricevuta per grazia non è un avallo per vivere la vita come meglio ti pare. Chi è veramente convertito vorrà sapere cosa piace al suo Signore, e lo farà per esprimere la propria gratitudine. Il vero cristiano è una persona innamorata di Cristo e odia deluderlo. Questo non è il caso dei giudei religiosi che nei prossimi 3 minuti cercheranno di confondere Gesù con le loro domande.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#086 - La festa di nozze - Matteo 22:1-10

Nella parabola precedente Gesù rende chiaro ai giudei religiosi ciò che loro stavano per fare: ucciderebbero il figlio del proprietario terriero per tenersi la vigna. Ora, nel capitolo 22 del Vangelo di Matteo, lui ci mostra un altro aspetto di quel ripudio. Il figlio che era stato assassinato nella parabola precedente, riappare come un principe al suo matrimonio.

Il re ordina ai suoi servi di distribuire gli inviti alla festa di suo figlio, ma gli invitati non ci vogliono andare, nonostante il re li avverta che tutto era già stato preparato. Non c’era bisogno di fare più nulla, basterebbe solo accettare l’invito. Gli invitati, però, preferiscono occuparsi dei propri affari, e alcuni addirittura maltrattano e uccidono i servitori del re.

Allora il re, adirato, invia il suo esercito per distruggere la città e quegli assassini. Dopo dice ai suoi servi di uscire per le strade, affinché invitassero tutte le persone che avrebbero incontrato, di buona o cattiva reputazione, perché il banchetto era già pronto. Così, la sala delle nozze si riempie di persone totalmente squalificate, ma che avevano accettato l’invito.

Giovanni Battista e i discepoli di Gesù hanno invitato i giudei a godere della benignità di Dio, però loro l’hanno rifiutata. E non solo hanno ucciso Giovanni, ma hanno persino inchiodato su una croce il Figlio di Dio. Anche dopo la morte e la risurrezione di Gesù, per qualche tempo quest’invito è rimasto letteralmente in piedi.

Nel capitolo 7 del libro degli Atti degli Apostoli possiamo vedere che Stefano invita di nuovo i giudei a credere in Gesù. E prima di essere lapidato, lui vede i cieli aperti e Gesù in piedi alla destra di Dio. Gesù non si era ancora seduto sul suo trono, come se fosse in attesa di un loro pentimento all'ultimo minuto, ma che poi purtroppo non è successo.

Nell'anno 70 l’esercito romano ha distrutto e bruciato Gerusalemme, proprio come è accaduto alla città della parabola. Dopo il rifiuto dei giudei, Dio ha iniziato a trattare con un’altra classe di persone. I giudei erano i privilegiati, per così dire “i vip della società”, i cui nomi erano sulla lista degli invitati alla festa. Questa lista, però, è stata stracciata, e ora l’invito è rivolto a qualsiasi persona, senza discriminazioni. Proprio a chiunque!

Per immedesimarsi oggigiorno in questa parabola, devi pensare, ad esempio, a una festa di nozze dell’unico erede del più grande miliardario del mondo, a cui sono stati invitati ladri, spacciatori, prostitute, tossicodipendenti... insomma, qualsiasi tipo di persona. E per invitarli, possiamo anche immaginare molti autobus che si fermano in fila davanti al posto più spregevole e pericoloso di una città, mentre si annuncia: “Forza, ragazzi, festa libera e gratuita per tutti! Chiunque è stato invitato! Venite così come siete!”.

Questo è esattamente l’invito che si fa adesso tramite il vangelo della grazia di Dio. Lo accetti così come sei, senza precondizioni. Anzi, solo con la condizione di riconoscerti incapace di pagarlo, e accettando d’indossare l’abito di nozze che l’ospitante ti darà nei prossimi 3 minuti.


Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#085 - La pietra d’inciampo - Matteo 21:33-46

Gesù conclude il capitolo 21 del Vangelo di Matteo con un’altra parabola indirizzata ai religiosi. Hai già notato che i suoi rimproveri sono sempre contro i religiosi? Ora gli parlerà di un proprietario terriero che ha piantato un vigneto, ha apportato delle migliorie, e poi ha affittato questo luogo ad alcuni contadini prima di andarsene in viaggio.

Alla stagione del raccolto manda alcuni dei suoi servitori per ricevere la sua parte, però uno di loro viene picchiato, un altro ucciso e un terzo lapidato. Così, ne invia degli altri, e in maggior numero, ma tutti ricevono lo stesso trattamento. Allora il proprietario terriero decide di mandare suo figlio, credendo che l’avrebbero rispettato. Quando i lavoratori vedono il figlio, dicono tra di loro: “Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e facciam nostra la sua eredità.” (Matteo 21:38).

Gesù domanda ai religiosi del Tempio cosa, secondo loro, dovrebbe fare ora il padrone, e la loro sentenza è chiara: “Li farà perir malamente, cotesti scellerati, e allogherà la vigna ad altri lavoratori, i quali gliene renderanno il frutto a suo tempo.” (Matteo 21:41). Quei religiosi avevano appena condannato se stessi.

Dio ha preparato una vigna, Israele, e l’ha consegnata nelle mani degli israeliti. Ma questo popolo, guidato dai suoi religiosi, ha deciso di fare le cose a modo suo, respingendo gli avvertimenti che Dio gli inviava tramite i suoi profeti, i quali erano perseguitati e uccisi.

Finalmente Dio ha mandato suo Figlio. I religiosi sapevano che lui era l’erede, però non volevano ammetterlo pubblicamente. Preferivano ucciderlo piuttosto che rinunciare al potere che esercitavano sul popolo. Rigettando la pietra che Dio aveva scelto per essere la principale nella costruzione del suo regno, loro non solo avrebbero perso la vigna che gli era stata affidata, ma Gesù, la pietra angolare che gli edificatori hanno riprovato, sarebbe diventato per loro “una roccia d’inciampo” (Romani 9:33).

Gesù avverte i religiosi che “chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed ella stritolerà colui sul quale cadrà.” (Matteo 21:44). Si può notare che Gesù ci parla della stessa pietra come se essa fosse per terra, su cui le persone cadono e sono così stritolate, e poi come se essa stessa scendesse dall’alto, piombando su chi la respinge. Mentre Gesù è annunciato in questo mondo, lui è causa d’inciampo per quelli che non credono, o per chi cerca di manipolarlo. Presto, però, lui scenderà dal cielo per giudicare queste persone.

Anche tu inciampi in Gesù? La semplice menzione del suo nome ti dà fastidio? Mentre sei qui, lui può essere la tua roccia di rifugio, dove sarai al riparo dalla tempesta. E può pure essere la roccia su cui decidi di edificare la tua vita. Gesù, invece, potrebbe essere un intoppo per te, se ti rifiuterai di credere in lui. Perché non smetti di inciampare e non accetti, proprio adesso, l’amorevole invito di Dio per la festa dei prossimi 3 minuti?

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

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