#337 – Spirito e fuoco, grano e paglia – Luca 3:15-18

Giovanni Battista predica il vangelo del Regno affinché le persone si preparino all’arrivo del Re. principi del regno continuano ad essere validi, cioè, dovremmo aiutare bisognosi, agire onestamente trattare tutti con bontà. Questi principi sono le stesse basi fondamentali del ‘Sermone sul Monte’ (Matteo dal capitolo al 7), valgono per la vita in un regno sulla terra, non in cielo, perché in cielo, appunto, non ci sono bisognosi.

Se sappiamo che il Re è già venuto, che è stato respinto ed è tornato in cielo, capiamo che ora facciamo parte di un regno il cui Re è in esilio. Il vangelo del Regno proclamato da Giovanni Battista è lo stesso vangelo predicato da Gesù, ed è sostanzialmente un messaggio di pentimento di cambiamento d’atteggiamento. Gesù afferma: “Il tempo è compiuto il regno di Dio è vicino; ravvedetevi credete al vangelo.” (Marco 1:15).

Questo, però, non è lo stesso vangelo predicato dai cristiani. Oggi non diciamo alle persone di cambiare vita di prepararsi all’arrivo del Re, come se la salvezza fosse qualcosa di futuro. Il messaggio che annunciamo adesso è per una salvezza immediata, “è la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Romani 1:16). Si basa sulla morte risurrezione di Cristo, che non erano ancora avvenute al tempo di Giovanni Battista.

Oggigiorno predichiamo ciò che Paolo ha detto al carceriere: “Credi nel Signore Gesù Cristo, sarai salvato tu la casa tua.” (Atti 16:31). Inoltre, l’apostolo scrive: “Vi dichiaro l'evangelo… mediante il quale siete salvati… Infatti, vi ho prima di tutto trasmesso ciò che ho anch'io ricevuto, cioè che Cristo è morto per nostri peccati secondo le Scritture,  che fu sepolto risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture”. Credere in qualsiasi cosa che non includa la morte la risurrezione di Gesù, è credere invano (Corinzi 15:1-4).

giudei pensavano che Giovanni Battista fosse il Cristo, ma lui spiega loro che li battezza con acqua, mentre il Cristo “vi battezzerà con lo Spirito Santo col fuoco”. Qui ci parla di un’altra venuta del Signore, quando Cristo avrà “in mano il suo ventilabro, per pulire interamente la sua aia raccogliere il grano nel suo granaio; ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile”. Lo Spirito Santo è per salvati, il fuoco è per perduti. primi vengono raccolti nel granaio, secondi bruciati “in un  fuoco che non si estingue” (Luca 3:16-17).

Sorprendentemente alcuni cristiani credono che suddetti versetti si riferiscano alle “lingue come di fuoco”, le quali sono apparse il giorno di Pentecoste, quando la chiesa è stata formata (Atti 2). E, così pensando, iniziano chiedere che il fuoco cada su di loro dal cielo, una richiesta che per fortuna Dio non esaudisce, proprio perché non vuole vederli all’inferno.

Nei prossimi minuti conoscerai due figli di Dio.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#336 – Giovanni, il precursore – Luca 3:3-14

Nella Bibbia, devi essere in grado di identificare non solo ciò che è stato detto, ma pure quando è stato detto, da chi, a chi e per quale motivo. In questo modo, eviterai di destinare a te stesso delle cose che sono state dette al popolo ebraico in un determinato momento e con uno scopo specifico. Questo è il caso della predicazione di Giovanni Battista.

Lui è un profeta giudeo, l’ultimo il più grande di tutti profeti d’Israele. La sua missione è avvertire che il Re annunciato dagli altri profeti è appena arrivato. Ossia, Giovanni è, per così dire, come uno di quegli agenti di sicurezza che scortano un sovrano, guidando le loro moto davanti all’auto ufficiale che lo trasporta.

Nonostante tutta la confusione che provocano con le loro luci sirene, non cercano di attirare l’attenzione su di sé, però su colui il cui arrivo segnalano. Non appena il re sarà giunto destinazione, la loro missione sarà compiuta, lasceranno la scena.

Tale è Giovanni Battista. Apre la via al Messia. Il suo grido mira eliminare gli ostacoli: riempire buche, livellare dossi, rendere la strada dritta ad appianarne il suolo. Luca scrive che “ogni valle sia colmata ogni monte colle sia abbassato; luoghi tortuosi siano raddrizzati le vie scabrose appianate”. si noti che, sebbene il messaggio di Giovanni Battista sia rivolto agli ebrei, la Persona proclamata da lui è il Salvatore di tutta l’umanità. Perciò Luca conclude dicendo: “Ogni carne vedrà la salvezza di Dio.” (Luca 3:5-6).

Tutti avrebbero dovuto prepararsi: coloro che erano stati abbassati come la valle, sarebbero colmati di gioia; coloro che erano stati esaltati come le montagne, sarebbero calati dal loro orgoglio; coloro che avevano avuto un comportamento tortuoso, avendo agito in malafede, sarebbero raddrizzati; coloro che erano stati impervi nelle loro vie, diverrebbero piani. Mentre leggerai questo capitolo, troverai proprio in questo ordine un messaggio, sia per il popolo oppresso, sia per leader oppressori, pubblicani corrotti crudeli soldati.

Se tu non sapessi che questa storia si sarebbe conclusa con il rigetto con la morte del Messia, potresti addirittura pensare che la predicazione di Giovanni valga anche per oggi. Tuttavia, no; malgrado il “pentirsi” il “fare buoni frutti” siano principi validi per tutti tempi, Giovanni presentava il vangelo del Regno per preparare il mondo all’avvento del Re, un messaggio che è già stato predicato rifiutato. parte un residuo, gli ebrei non si sono pentiti hanno persino condannato morte il loro Messia, sprecando l’opportunità di prepararsi alla venuta del Re Gesù. Adesso lui verrà, ma non più umile mansueto, bensì portando con sé una pala una fiaccola ardente.

Cioè? Scoprilo nei prossimi minuti.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#335 – Una voce nel deserto – Luca 3:1-2

Dopo i re Davide e Salomone, il declino della nazione d’Israele ha avuto fasi diverse. Il regno si è diviso in due, si è sprofondato nell’idolatria e ha perso dieci delle sue dodici tribù. Ciononostante, Dio ha preservato un rimanente fedele che non si è lasciato travolgere dalla rovina generalizzata, come abbiamo visto nelle storie di Simeone e Anna.

Ora, nel capitolo 3 del Vangelo di Luca, entra in scena Giovanni Battista, “la voce di uno che grida nel deserto”, ed è proprio così che Israele viene visto qui: un deserto morale, dominato dal nemico. Infatti, il primo versetto ci spiega chiaramente che il popolo è sotto il dominio dell’imperatore romano Tiberio Cesare, e governato localmente da Ponzio Pilato, Erode, Filippo e Lisania, una squadra fatta di scorie umane.

Qualcuno potrebbe anche sostenere che le cose erano migliorate rispetto agli anni dell’idolatria, giacché il tempio era stato ricostruito, l’ordine sacerdotale ristabilito e gli idoli banditi dal culto giudaico. Tuttavia, purtroppo, questa era soltanto apparenza: il tempio era stato ricostruito dall’iniquo Erode, il Grande; c’erano due sommi sacerdoti, Anna e Caifa, al posto di un unico sacerdote, come sarebbe stato il modo corretto; e, inoltre, l’idolatria continuava a esistere. L’idolo del momento, però, non era fatto di pietra, legno o argilla, ma era l’avidità, mascherata da religiosità.

Nel primo capitolo del libro del profeta Isaia, quando Dio descrive la deplorevole condizione del popolo, li chiama “razza di malfattori, figli che operano perversamente… capi di Sodoma… popolo di Gomorra…”. E dopo aver descritto nei dettagli l’iniquità in cui erano sprofondati e l’apparenza di pietà dei loro rituali, Dio conclude: “Non posso sopportare… l'iniquità assieme alle riunioni sacre” (Isaia 1:4-13).

Dio non è cambiato, e nemmeno l’uomo. Oggi vediamo la cristianità in uno stato simile a quello di Israele. Si è divisa e si è venduta al dominatore straniero, il principe di questo mondo. Nella sua brama di prosperità e potere, costruisce lussuosi templi e cattedrali, nel vano tentativo di dare una facciata di santità all’avidità. Nell’Apocalisse, la cristianità è chiamata Babilonia, la prostituta, per aver fornicato con i governanti e i mercanti del mondo in cambio di favori (Apocalisse 18:3).

Eppure, Dio continua ad avvertire: “Io non posso portare iniquità, e festa solenne insieme” (Isaia 1:13), ed aggiunge: “Uscite da essa, o popolo mio, affinché non abbiate parte ai suoi peccati” (Apocalisse 18:4).

Nei prossimi 3 minuti alcuni ascolteranno il grido di Giovanni Battista e saranno spinti al pentimento.
Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#334 – Uno spirito di infermità – Luca 2:48-52

Giuseppe e Maria rimangono perplessi quando incontrano Gesù, appena dodicenne, che conversa con i maestri della religione giudaica nel tempio di Gerusalemme. E sua madre lo rimprovera: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo!” (Luca 2:48). La risposta del Signore è piena di significato:

Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?”. In altre versioni, leggiamo: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Luca 2:49). Queste parole assumono un significato ancora maggiore quando si è consapevoli che mai nessun giudeo oserebbe chiamare Dio ‘Padre’.

Questi versetti sfatano le teorie che parlano di Gesù come se fosse soltanto una persona qualsiasi, il quale dai dodici ai trent’anni sarebbe vissuto tra gli esseni, o addirittura che si fosse recato in India per imparare tutto ciò che sapeva! Qui lo vediamo a dodici anni, non solo mentre stupisce i sapienti d’Israele con le sue risposte e con la sua comprensione delle Scritture, ma anche conscio di essere il Figlio di Dio venuto al mondo per prendersi cura degli interessi del Padre.

Quando osserviamo che Giuseppe e Maria “non compresero le parole che aveva detto loro” (Luca 2:50), ci accorgiamo che finora non sapevano chi fosse veramente Gesù e quale posto avrebbe avuto nel futuro di Israele. Qua Maria può essere vista come una figura del popolo di Israele nella sua incredulità. Proprio come in seguito sarebbe accaduto pure ai sacerdoti e ai farisei, lei rifiuta l’idea che il tempio sia il luogo in cui Gesù dovrebbe trovarsi. Tale incredulità degli ebrei, in qualità di nazione, li avrebbe portati a non riconoscere il loro Re e Messia, e a non dargli nemmeno il posto che gli spettava di diritto.

Da qualche parte, lì vicino, una donna verrà colta da uno spirito di infermità, che la lascerà curva e malata per ben diciotto anni. E Gesù, per diciotto anni, appunto, scomparirà dalle pagine di questo Vangelo, per poi tornarci trentenne, guarendo questa stessa donna nel capitolo 13 di Luca. La donna e la sua malattia sono un’immagine della condizione di Israele, nel tempo presente, del suo rifiuto del Messia. Paolo ce lo rivela nel capitolo 11 della sua lettera ai Romani, discorrendo sugli ebrei:

Dio ha dato loro uno spirito di torpore, occhi per non vedere e orecchie per non udire, fino a questo giorno… Siano gli occhi loro oscurati perché non vedano e rendi curva la loro schiena per sempre.” (Romani 11:8-10). Tuttavia, Israele sarà guarito solamente in futuro, quando Cristo ritornerà, essendo accolto da un residuo debole e disprezzato, simile a quello formatosi da Simeone e Anna.

Nei prossimi 3 minuti, una voce griderà nel deserto.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#333 – Alla ricerca di Gesù – Luca 2:40-47

Quando Gesù compie dodici anni, si reca a Gerusalemme con la sua famiglia, come d’altronde ogni anno. Era questo l’unico luogo autorizzato dalle Scritture in cui gli ebrei avrebbero dovuto celebrare la Pasqua. Il Vangelo di Luca è quello che fornisce il maggior numero di dettagli sui primi anni di Gesù, e qui questa particolare circostanza ci è di grande insegnamento.

Dopo la celebrazione, Giuseppe e Maria si avviano con un gruppo di amici e familiari per tornare a casa, ignari del fatto che Gesù era stato lasciato indietro. Continuano a camminare spensierati, perché ritengono che il ragazzo sia con i suoi parenti e amici nella carovana; però, quando si rendono conto che è scomparso, decidono di rientrare a Gerusalemme. Purtroppo, ci metteranno altri tre giorni prima di trovarlo nel Tempio.

E attenzione: ora c’è una lezione preziosa da imparare per coloro che già credono in Gesù e pensano che stare insieme ai fratelli in Cristo sia la stessa cosa che essere in comunione con Gesù. Non è proprio così che funziona. Per quanto importante sia la comunione con i nostri fratelli, nulla sostituisce la nostra comunione personale alla presenza del Signore, cioè quando io, individualmente, mi occupo di lui e della sua Parola tramite meditazioni, preghiere e ringraziamenti.

A Giuseppe e a Maria è bastato soltanto un giorno per perdere il contatto con Gesù, ma ci sono voluti ben tre giorni per ristabilirlo. Lo stesso vale per noi. È molto facile lasciarci sfuggire la comunione con Gesù, mentre invece è difficile ripristinarla. Provvidenzialmente, anche in tale caso, possiamo contare sulla grazia e sulla compassione di Dio.

E avvenne che, tre giorni dopo, lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, intento ad ascoltarli e a far loro domande. E tutti quelli che l'udivano, stupivano della sua intelligenza e delle sue risposte.” (Luca 2:46-47).

Alcune persone citano questo passaggio per affermare che Gesù stesse insegnando ai dottori d’Israele; tuttavia, ciò sarebbe fuori luogo, poiché sono i più giovani che dovrebbero essere istruiti dagli anziani. Qua ci è detto semplicemente che li ascoltava, che poneva loro delle domande e rispondeva se gli chiedevano qualcosa, stupendo tutti con le sue risposte e il suo intendimento.

Gli ultimi versetti di questo capitolo dimostrano che, pur essendo Dio, Gesù è visto, oltretutto, anche come un essere umano perfetto, sottomesso ai suoi genitori e alle autorità del suo tempo. Nella sua umanità, “cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini.” (Luca 2:51-52). Eppure, il modo in cui risponde a sua madre, dopo che lei l’aveva rimproverato, ci rivelerà di più. E questo sarà l’argomento dei prossimi 3 minuti.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#332 – Il luogo scelto da Dio – Luca 2:36-39

Nell’Antico Testamento, Dio ha stabilito un luogo in cui il popolo d’Israele avrebbe dovuto adorare e offrire sacrifici. Gli israeliti non dovevano adorare Dio dove gli paresse o come i pagani adoravano i loro idoli. Il capitolo 12 del libro di Deuteronomio conteneva istruzioni specifiche:

Lo cercherete nel luogo che l'Eterno, il vostro Dio, sceglierà fra tutte le vostre tribù, per mettervi il suo nome… Allora ci sarà un luogo che l'Eterno, il vostro Dio, sceglierà per far dimorare il suo nome e là porterete tutto ciò che vi comando: i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime, le offerte elevate delle vostre mani e tutte le offerte scelte… Guardati bene dall'offrire i tuoi olocausti in ogni luogo che vedi; ma nel luogo che l'Eterno sceglierà in una delle tue tribù…” (Deuteronomio 12:4-14).

Questo luogo sarebbe Gerusalemme e il tempio costruito da Salomone. Dopo la morte di Salomone, il regno si è diviso in due: Giuda e Israele. Il figlio di Salomone, Roboamo, ha regnato su Giuda, il regno formato dalle tribù di Giuda e Beniamino, con sede a Gerusalemme. L’altro regno, formato dalle altre dieci tribù, viene chiamato Israele, di cui Geroboamo era il re e la sua capitale Samaria.

Per impedire alle dieci tribù di andare a Gerusalemme per adorare nell’unico vero luogo, Geroboamo ha costruito due santuari ‘pirata’: uno a Dan, nel nord di Israele, e l’altro a Betel, nel sud. Negli anni successivi, sia Giuda che Israele hanno abbandonato le Scritture, voltando le spalle a Dio. Questo finché non è apparso Ezechia, il pio re di Giuda, che ha riaperto il tempio e ripristinato il culto al Signore.

Lui sapeva che, agli occhi di Dio, Israele era un unico popolo. Pertanto, quando ha riattivato la celebrazione della Pasqua, ha inviato dei messaggeri anche alle dieci tribù di Israele, invitandole a recarsi nel luogo in cui Dio aveva posto il suo nome: “I corrieri passarono quindi di città in città nel paese di Efraim e Manasse fino a Zabulon; ma la gente li derideva e si faceva beffe di loro.” (2 Cronache 30:10).

Anni dopo, gli assiri hanno invaso Samaria, catturando le dieci tribù, che sono scomparse mescolandosi con altri popoli. Il popolo che vediamo ai tempi dei vangeli, e che oggi conosciamo come Israele, è composto soltanto dalle tribù di Giuda e Beniamino. Allora, cosa ci faceva Anna, la quale apparteneva alla tribù di Aser, nel tempio in questo secondo capitolo del Vangelo di Luca?

Quando i messaggeri di Ezechia hanno invitato le dieci tribù a celebrare la Pasqua, “alcuni uomini di Aser, di Manasse e di Zabulon si umiliarono e vennero a Gerusalemme.” (2 Cronache 30:11). Anna doveva essere una discendente di questi aseriti, rimasti nel luogo scelto da Dio e sfuggiti così alla cattività assira e alla perdita dell’identità come popolo di Dio. Infatti, lei aveva buone ragioni per considerare il tempio un luogo sicuro, ed è lì che nei prossimi 3 minuti troveremo Gesù dodicenne.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#331 – Credere, aspettare e servire – Luca 2:36-39

Proprio come è successo alla prima venuta di Gesù, anche oggi sono pochi quelli che lo aspettano veramente. La maggior parte dei cristiani pensa che si verificheranno vari eventi prima dell’arrivo di Cristo per regnare in questo mondo come, ad esempio, la predicazione del vangelo del regno su tutta la terra, la tribolazione o la comparsa dell’anticristo. È una minoranza ad attendere ‘soltanto’ il Signore, che discenderà dal cielo da un momento all’altro per incontrare la sua chiesa nell’aria. Simile prospettiva era già presente nella vita dell’apostolo Paolo, includendosi tra i viventi che sarebbero stati trasformati e rapiti sulle nuvole insieme ai risuscitati (1 Tessalonicesi 4:15-18).

In questo capitolo 2 di Luca, vediamo che non è il re d’Israele, nel comfort del suo palazzo, ad aspettare il Messia, ma gli umili pastori che dormono all’aperto. Nel tempio di Gerusalemme, non è il clero ad attendere il sommo Pastore (1 Pietro 5:4), ma gli anziani Simeone e Anna, in continua vigilia. E non è in una casa prospera che il Salvatore viene al mondo, ma tra due giovani così poveri che non possono nemmeno permettersi un agnello per il sacrificio.

Qui, infatti, ognuno rappresenta una caratteristica di coloro che adesso hanno l’aspettativa del ritorno del Signore. Innanzitutto, abbiamo Giuseppe e Maria, che cercano di obbedire alle Scritture. Essendo giudei, la loro responsabilità era quella di adempiere alla Legge dell’Antico Testamento. Oggi il cristiano non ha una Legge da seguire, però la completa Parola di Dio, che include la dottrina degli apostoli (Atti 2:42). Il vero cristiano ha lo Spirito Santo abitando in lui (Romani 8:9), per applicare la Parola sotto forma di edificazione, esortazione e consolazione. Per i cristiani, l’Antico Testamento non è un elenco di regole come lo era per gli ebrei ma, piuttosto, contiene principi, tipi e figure che li aiutano a comprendere il Nuovo Testamento.

Mentre Giuseppe e Maria sono impegnati ad osservare le Scritture, i pastori credono a ciò che gli dice l’angelo. Ci vuole fede per intravedere in un povero bambino, che dorme in una mangiatoia, il Messia e Re liberatore d’Israele. E Simeone? È per noi un esempio della pazienza di qualcuno che spera senza mai arrendersi e la cui perseveranza viene ricompensata. Così come la vedova Anna, pure lei in attesa, la quale per oltre ottant’anni è stata una presenza costante nel tempio di Gerusalemme, servendo Dio giorno e notte. Obbedire alle Scritture, credere, aspettare e servire: tali sono le particolarità di chi attende il Signore.

Tuttavia, qua c’è un fatto curioso: perché Luca, ispirato dallo Spirito Santo, si sarebbe preso la briga di specificare che Anna era “della tribù di Aser” (Luca 2:36)? La risposta si trova nei prossimi 3 minuti.

Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

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