#151 - Perché essere salvati? - Giovanni 4:21-26

Ora Gesù mostrerà alla donna samaritana il “perché” della salvezza di un’anima. Ci sono fondamentalmente tre modi di affrontare la salvezza: dall’uomo verso l’uomo, da Dio verso l’uomo e da Dio verso Dio. Il primo implicherebbe credere che siamo salvati tramite i nostri meriti e sforzi, aspirando al proprio beneficio. Inizia dall’uomo e termina nell’uomo. Dio servirà soltanto per portarci fortuna o per non portarci sfortuna, se sarà adeguatamente accontentato.


Il secondo modo si verifica quando tu veramente credi in Gesù, ma solo perché punti alla tua felicità. Pensi davvero che la salvezza venga da Dio, unicamente tramite la fede, ma che Dio esista per renderti felice, per darti una vita prospera e priva di malattie. Tutto comincia in Dio, tuttavia finisce un’altra volta nell’uomo. Dio è visto come un tuo servitore che ha l’obbligo di compiacerti.


Il terzo approccio è quello giusto. La salvezza viene esclusivamente da Dio, però non è per noi stessi che siamo salvati, ma per essere adoratori. Sicuramente traiamo beneficio da tutto questo, eppure l’obiettivo è Dio e suo Figlio Gesù, in cui tutte le cose alla fine convergeranno (Efesini 1:10). Quindi, alla domanda “Perché essere salvati?”, la risposta corretta è: “Per adorare Dio”.


I samaritani adoravano quel che non conoscevano, nel posto sbagliato e nel modo sbagliato. Gesù afferma che i giudei adoravano quel che conoscevano “perché la salvezza viene dai giudei” (Giovanni 4:22). Sia chiaro che la salvezza non è “il popolo ebreo”, ma che è stato da una donna ebrea che è nato il Messia, Cristo, l’inviato di Dio. Così l’ha voluto Dio, quindi non c’è niente da discutere. Quando la samaritana gli chiede del Messia, Gesù le si rivela rispondendo: “Io sono, colui che ti parla.” (Giovanni 4:26). “Io sono” è la stessa espressione usata dall’Eterno per rivelarsi a Mosè (Esodo 3:14).


E le dice anche che Dio cerca adoratori che lo adorino “in spirito e verità”. Fino a quel momento, adorare “in verità” significava adorare nel Tempio di Gerusalemme e nella maniera determinata da Dio, e non sul monte Gherizim come facevano i samaritani. Sebbene adorassero “in verità”, i giudei non adoravano in spirito. Nel Vangelo di Marco 7:6 leggiamo: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me.”. Sì, hanno rifiutato il loro Messia.


Oggi tutti quelli che sono salvati tramite la fede in Gesù hanno lo Spirito Santo e possono adorare Dio in spirito in qualsiasi momento e luogo, senza intermediari. Però quando si tratta di adorazione collettiva, se per caso stai adorando in un tempio e con rituali copiati dall’Antico Testamento, non stai adorando “in verità”. Se la tua adorazione include elementi culturali, come ad esempio la danza, il teatro o gli spettacoli, allora avrai inventato il tuo proprio modo di adorare, come hanno fatto i samaritani.


L’adorare collettivamente “in verità”, è l’adorare “dove due o tre sono riuniti” nel nome di Gesù (Matteo 18:20), riconoscendo la sua signoria, e nella maniera descritta dalle lettere degli apostoli, l’unica guida che abbiamo per l’adorazione post-giudaismo in spirito e verità, oltre allo Spirito Santo. Il punto culminante di quest’adorazione è la cena del Signore, e non qualche show con celebrità. Nei prossimi 3 minuti vedremo cosa caratterizza una vera conversione.


Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#150 - L’oppio del popolo - Giovanni 4:18-20

L’ateo Karl Marx aveva ragione quando diceva che la religione è l’oppio dei popoli. L’oppio è un potente narcotico che anestetizza il dolore e ci impedisce di renderci conto del problema che c’è dentro di noi. Il dialogo tra Gesù e la donna samaritana, presso il pozzo, si è sviluppato attraverso diverse fasi, e lei a tutto ben gli rispondeva, fino a che lui non ha sollevato la questione della sua vita peccaminosa. Quando siamo di fronte al nostro peccato, ci appelliamo immediatamente all’oppio della religione nel tentativo di anestetizzare la nostra coscienza.


Signore, vedo che tu sei un profeta” (Giovanni 4:19), inizia lei, cercando di conquistare la simpatia di colui che tutto vede. La donna ben presto dimentica il suo interesse per l’acqua viva e si mette sulla difensiva. Così, cambia argomento e comincia a parlare di religione per distogliere l’attenzione dai suoi peccati. Sarebbe come se lei gli dicesse: “Ho una religione... perché i nostri padri hanno adorato su questo monte”.


Il difendersi è una caratteristica umana. Adamo si è scagionato dalla colpa della sua disubbidienza accusando la donna che Dio gli aveva dato. Ed Eva ha incolpato il serpente. Da allora, quando non stiamo accusando qualcuno soltanto per coprire il nostro peccato, stiamo cercando di nasconderlo con una precaria cintura, fatta con le foglie delle buone opere compiute tramite i nostri sforzi, come hanno fatto Adamo ed Eva (Genesi 3:7). Perciò è stato necessario che Dio uccidesse un animale innocente, facendogli delle tuniche di pelle per coprirli adeguatamente.


Cerchiamo di fare lo stesso con la religione, intendendosi qui perreligione” qualsiasi buona azione o attività mistica che facciamo in attesa di essere accettati da Dio. Al religioso piace annunciare le sue buone opere per giustificarsi e per placare l’avversione di Dio verso il peccato. L’uomo non riesce a capire che questo si può risolvere solo con il sangue di una vittima innocente, Gesù, che è venuto qua “per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati.” (I Giovanni 4:10).


Propiziatorioera il nome del coperchio d’oro che copriva l’Arca dell’Alleanza dell’Antico Testamento. Il sacerdote di allora doveva sacrificare un animale innocente ed entrare nel Santissimo, il luogo più interno del Tempio, portando un catino con il sangue dell’animale sacrificato. Una volta dentro, spruzzava il sangue su quel coperchio, cioè sul propiziatorio.


Dentro dell’Arca c’erano le tavole di pietra della legge data a Mosè, la stessa legge che ci condanna perché ci dice di non fare ciò che non siamo in grado di evitare, come la cupidigia, ossia quando pecchiamo col pensiero. Il fatto di esserci un coperchio d’oro ricoperto dal sangue di una vittima innocente, nascondendo così l’arca contenente la legge, ci mostra che Dio poteva essere favorevole al peccatore. Infatti, adesso il sangue di Gesù è posto tra Dio e le nostre colpe, ed è soltanto mediante questo sangue che puoi essere salvato dai tuoi peccati e dal giudizio divino. Nessuna religione lo potrà fare.


Fin qui, da questo contatto di Gesù con la donna samaritana, abbiamo visto come predicare il vangelo e cos’è il vangelo. Ma qual è l’obiettivo, cioè perché un’anima viene salvata da Gesù? Lo impareremo nei prossimi 3 minuti.


Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#149 - La richiesta - Giovanni 4:14-18

Parlando con la donna samaritana, seduto presso il pozzo, Gesù ci fa capire che l’acqua naturale ottenuta con lo sforzo umano, per soddisfare le necessità dell’uomo, è effimera. I suoi benefici sono di breve durata, non sono permanenti. D’altra parte, l’acqua viva che lui ci offre diventa, in quelli che la ricevono, una sorgente “che zampilla per la vita eterna”, cioè non solo per questa vita e per i suoi bisogni transitori.


Il punto è che non si riesce ad avere l’acqua viva con la fatica umana, con tecniche di meditazione o con un cambiamento di atteggiamento. È un dono, grazia di Dio, richiedendoci innanzitutto il riconoscimento della nostra incapacità di ottenerla da noi stessi, e poi non soltanto di chiederla, ma di chiederla alla persona giusta: Gesù.


Ed è ciò che fa questa donna: “Signore, dammi di quest’acqua, affinché io non abbia più sete e non venga più fin qui ad attingere.” (Giovanni 4:15). Nonostante riconosca la sua necessità e si rivolga alla persona giusta, lei continua a confondere le cose naturali con quelle spirituali. Quando credi in Gesù, non ti è donato un pozzo o un oceano, ma una fonte d’acqua viva che sgorga continuamente. Lo Spirito Santo di Dio viene ad abitare in te, divenuto possibile solo grazie alla morte di Gesù sulla croce, quando ha sopportato il giudizio che tu meritavi a causa dei tuoi peccati.


Quando la samaritana gli chiede quest’acqua viva, Gesù le rivela qualcosa in più. Finora hai imparato che la salvezza e le vere benedizioni spirituali non si ottengono con il proprio sforzo. Anche che i loro benefici sono eterni e non si limitano ai nostri bisogni temporanei; e che la fonte legittima di questa salvezza, e delle benedizioni che la accompagnano, è Gesù. Infine, che devi chiedere la cosa giusta alla persona giusta. Sebbene la donna sia consapevole della sua necessità e della sua incapacità di aiutare se stessa, le manca ancora una cosa: la coscienza di peccato.


Ed è per questo che Gesù le dice di andare a chiamare suo marito, rispondendogli lei che non ce l’aveva. Colui che conosce tutte le cose, le rivela ciò che lei sapeva già: ne aveva avuti cinque di uomini e quello attuale non era suo marito. Tutti noi siamo “donne con brocche vuote”, immersi nel peccato e facendo di tutto per essere felici. Tuttavia, a ogni tentativo affondiamo un po’ di più e ne usciamo da ogni esperienza con un vuoto ancora maggiore. Eccola lì, così vergognosa della sua condizione che va al pozzo a mezzogiorno, come leggiamo in Giovanni 4:6. Qual è l’importanza dell’ora qui registrata?


L’andare a prendere l’acqua era un’attività per le donne, che di solito si recavano al pozzo la mattina presto; ma poi non c’era più nessuno. La samaritana avrebbe forse scelto quest’orario, appunto quando il posto era vuoto, perché si vergognava della sua situazione? Qualunque sia stato il suo motivo, lei adesso era da sola con Gesù, ed è così che riceviamo la salvezza, in un incontro personale con lui, senza intermediari e senza distrazioni. Quando, però, il peccato della donna viene a galla, lei userà lo stesso argomento che noi adoperiamo quando ci confrontiamo con il nostro peccato. Quale sarebbe quest’argomento? Lo vedrai nei prossimi 3 minuti.


Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#148 - L’acqua viva - Giovanni 4:5-13

Adesso incontriamo Gesù presso un pozzo, stanco ed assetato. Nonostante fosse Dio, nella sua condizione umana ha sperimentato le stesse sensazioni e necessità che noi stessi proviamo, tranne le tentazioni interne, poiché era senza peccato. Colui che era in grado di moltiplicare il pane e di trasformare l’acqua in vino, qui lo vediamo affaticato, soffrendo sete, perché non ha mai usato i suoi poteri a proprio vantaggio.


Una donna samaritana si avvicina, portando con una brocca vuota, e lui le chiede dell’acqua. La donna, però, si meraviglia perché un giudeo non parlerebbe mai con una donna samaritana. Quello che lei non sa è che non si trova davanti a un semplice giudeo, ma dinanzi al Creatore stesso in forma umana. Per Gesù la discriminazione non esiste. Quella donna ha sete? Anche lui ce l’ha, quindi sa bene come lei si sente ora. E Gesù sa molto di più su di lei, perciò le dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere’, tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell’acqua viva.” (Giovanni 4:10).


Pensando che Gesù le stesse parlando dell’acqua naturale, la donna argomenta che il pozzo è profondo e che lui non riuscirebbe ad attingere l’acqua. E poi, dove mai avrebbe preso tale acqua viva? Ma Gesù non si riferisce all’acqua del pozzo, né a qualsiasi altra acqua ottenuta tramite lo sforzo umano. “Chiunque beve di quest’acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò, diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna.” (Giovanni 4:13-14).


Quello che vedi qua è il contrasto tra l’autoaiuto e l’aiuto dall’alto. La samaritana si preoccupa dei bisogni momentanei; Gesù le sta parlando dell’eternità. Lei valuta le difficoltà, la profondità del pozzo, lo sforzo e le tecniche necessarie per ottenere l’acqua; Gesù le sta mostrando la grazia di Dio, che si riceve chiedendo alla persona giusta. La donna pensa a delle soluzioni puntuali e temporanee; Gesù le sta offrendo qualcosa di definitivo.


L’idea dell’autoaiuto, con i suoi guru, libri e conferenze, può essere molto attraente, ma è miope. Ti propone soluzioni passeggere per esigenze fugaci. Non è capace di vedere la prospettiva eterna e definitiva che Dio ci dona in Gesù. E non ha una soluzione per la morte, ma continua a dirti che devi essere felice, essere prospero, essere una persona migliore, pensare positivamente, seguire il tuo cuore... e tornarci il giorno dopo per star lì a sentire una nuova rivelazione del guru, per comprare un libro diverso o per assistere a un’altra conferenza.


Chi beve quest’acqua dalle fonti umane dello sforzo personale, non può che avere di nuovo sete, tuttavia chi beve l’acqua che Gesù ci offre, essa “diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna.” Dopo aver sentito tutto ciò, nei prossimi 3 minuti la donna samaritana farà la richiesta che tu dovresti fare, se ancora non l’hai fatta.


Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#147 - L’intolleranza religiosa - Giovanni 4:27

Alla fine di questo episodio della donna samaritana, i discepoli raggiungono Gesù e si meravigliano vedendo che lui le parlava. Portavano con il seme dell’intolleranza, che ci è rivelato nel capitolo 9:46-48 del Vangelo di Luca, quando discutono su chi fosse il maggiore fra di loro.


Il primo effetto collaterale della fede cristiana è quello di sentirsi superiori alle altre persone. Questo forse avrebbe qualche senso nelle credenze che predicano la salvezza dei migliori in base ai loro meriti e sforzi. Ma che dire del vangelo il quale annuncia la salvezza non ai migliori, però ai peggiori peccatori? Se “per grazia sei salvato attraverso la fede, e questo non viene da te”, o dai tuoi meriti, di cosa potrai vantarti? (Efesini 2:8).


L’intolleranza ti porta a separarti da quelli che non la pensano come te. E non parlo qui della separazione dai peccati di queste persone o dai loro costumi, contrari alla volontà di Dio, ma di diventare inaccessibili e d’isolarsi da loro. Hai mai pensato a cosa sarebbe successo se Gesù si fosse isolato dai peccatori e non gli avesse nemmeno parlato? Cosa ne sarebbe stato della donna samaritana?


Un’altra caratteristica dell’intolleranza religiosa è l’oppressione passiva, che è lo spirito di critica e di derisione. Poiché credi di essere superiore, cominci a prendere in giro chi non la pensa come te. Invece di deridere le persone, faremmo meglio se dedicassimo lo stesso tempo a portare il vangelo ai non credenti, o a istruire i deboli nella fede. Il problema è che, con questo spirito d’intolleranza, l’esistenza degli increduli ci fa sentire superiori e, perciò, non saremmo molto interessati a cambiare la situazione.


L’ultimo livello dell’intolleranza è l’oppressione attiva, che può andare dalla semplice ingerenza nella politica per rendere difficile la vita di coloro che non hanno la stessa fede, fino alla persecuzione e alla morte, com’è accaduto ai tempi dell’Inquisizione e come, purtroppo, avviene ancora in alcune parti del mondo. Lì nel Vangelo di Luca c’è scritto che i discepoli avevano trovato qualcuno che scacciava i demoni nel nome di Gesù, e gliel’hanno proibito perché costui non faceva parte del gruppo dei discepoli. Tuttavia Gesù li rimprovera per questo.


Scopriamo anche che quando raggiungono un villaggio dei samaritani, e queste persone non ricevono Gesù, Giacomo e Giovanni chiedono al Signore se dovevano far cadere fuoco dal cielo per bruciarli. E ancora una volta sono sgridati da Gesù, che dice: “Voi non sapete di quale spirito siete; poiché il Figlio dell’uomo non è venuto per distruggere le anime degli uomini, ma per salvarle.” (Luca 9:55-56).


Gesù non evita la donna samaritana, non deride la sua vita dissoluta, né la minaccia con fuoco e zolfo; lo fa, però, con le persone religiose, come i farisei. Lui inizia la loro conversazione interessandosi alla sua attività, mentre lei tirava su l’acqua dal pozzo, mostrandole anche che conosceva i suoi bisogni e che aveva qualcosa da proporle. A poco a poco Gesù la aiuta a riconoscere i suoi peccati e a desiderare l’acqua viva che lui le offre. E che cos’è quest’acqua viva? Lo saprai nei prossimi 3 minuti.


Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#146 - Come predicare il vangelo - Giovanni 4:1-4

Nel capitolo 4 del Vangelo di Giovanni ci sono tre lezioni, tutte riguardanti il vangelo: “come predicare”, “cosa predicare” e “perché predicare”. La prima ci mostra lo spirito, o la disposizione, con cui ogni cristiano dovrebbe portare la buona novella. L’ultima ci insegna l’obiettivo della salvezza di un’anima. Tra una cosa e l’altra abbiamo il vangelo vero e proprio, che implica il riconoscimento di peccato e un incontro personale con il Salvatore.


La chiave per il “come predicare” è nella parola “doveva”, ossia era necessario, del versetto 4. Lì c’è scritto che Gesù “doveva” passare per la Samaria. L’altra occorrenza dello stesso verbo si trova nel versetto 24, “devono”, che è anche la chiave per il “perché predicare”. Infatti, ci dice che “Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità.


Perché era necessario che Gesù passasse per la Samaria? Certamente non perché fosse la via più breve tra la Giudea - che era il centro del giudaismo - e la Galilea, abitata dai gentili. Gli storici dicono che i giudei preferivano fare un percorso più lungo, passando attraverso la Perea, solo per evitare di attraversare la Samaria. Odiavano i samaritani e non gli parlavano nemmeno, perché praticavano una versione pirata del giudaismo, deturpando la religione degli ebrei.


Gesù, però, “doveva” passare attraverso la Samaria a causa della donna samaritana di questo capitolo. Leidoveva” conoscerlo, poiché salvare peccatori era una priorità nell’agenda del Salvatore. Ed è con questo spirito, o disposizione, che il cristiano “deve” predicare. “Deve” andare dal peccatore perduto, anche se, per questo, avrà bisogno di mettere da parte i suoi pregiudizi e la sua intolleranza.


L’intolleranza è uno degli effetti collaterali di chi professa qualsiasi fede, e nel caso del cristianesimo abbiamo duemila anni di storia e di sangue versato per comprovarlo. Non parlo qui di avversione al peccato, o alle idee e alle pratiche contrarie alla volontà di Dio; tutto ciò dovrebbe caratterizzare il cristiano, perché corrisponde alla santità di Dio. Parlo, però, d’intolleranza e di avversione alla persona del peccatore, all’essere umano. Dio detesta il peccato, ma ama il peccatore. Se non l’amasse, come mai avrebbe mandato suo Figlio a morire per gli ingiusti?


Nell’epistola ai Romani leggiamo che qualcuno potrebbe anche dare la sua vita per una persona buona, “ma Dio mostra la grandezza del proprio amore per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.” (Romani 5:8). Ora pensa al peggiore criminale e chiediti se avresti il coraggio di dare la vita per lui, o di consegnare tuo figlio a morire per lui. Si dovrà entrare in questo sentimento per capire fino a che punto è arrivato l’amore di Dio per te. Senza questa comprensione, corri il rischio che la tua vita sia guidata non dalla fede, ma dall’intolleranza religiosa. Ed è ciò che vedrai nei prossimi 3 minuti.


Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

#145 - L’unica scelta - Giovanni 3:17-36

Gesù dice a Nicodemo che “chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figliuol di Dio.” (Giovanni 3:18). Ti rendi conto che non si tratta di scegliere tra essere salvato o essere condannato? Perché, per natura, siamo già tutti condannati. L’unica opzione che ci resta è credere in Gesù per scappare da questa condanna.


Affermando che “Dio non ha mandato il suo Figliuolo nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Giovanni 3:17), Gesù ci mostra che Dio non ha ancora rinunciato a noi. Ed è già da molto tempo che Dio sottopone l’uomo a diverse prove per dimostrare la sua incapacità di salvare se stesso. Ecco perché abbiamo bisogno di un Salvatore.


Innanzitutto l’essere umano è stato bocciato al test dell’innocenza, mentre ancora viveva nel giardino dell’Eden. Tentati da Satana, Adamo ed Eva si sono ribellati contro l’unica richiesta che Dio gli aveva fatto, cioè di non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male.


La prova successiva era vedere come l’uomo se la caverebbe adesso con la coscienza e la conoscenza del bene e del male appena acquisiti. Questo periodo inizia con Caino che uccide suo fratello, e termina con un diluvio. Solo otto persone sono state salvate per ricominciare.


In seguito, il test consisteva nel dare agli uomini l’autorità di governare sui suoi simili. Ma lo stesso Noè, il primo a ricevere questo potere, ha dimostrato di non essere in grado di reggere nemmeno se stesso. E i suoi discendenti, in un atto di completa ribellione contro Dio, costruiscono la Torre di Babele. Dio dovrà intervenire di nuovo confondendo le lingue e disperdendo la specie umana.


E Dio ci prova un’altra volta, e chiama un uomo con cui ferma un patto e gli promette di farlo diventare il padre di una moltitudine di nazioni. Il suo nome è Abramo, però anche i suoi discendenti cadono nella degradazione. Li incontreremo, alla fine di questo periodo, vivendo come schiavi in Egitto. Il libro della Genesi, che comincia parlandoci della creazione, finisce parlandoci di una bara.


Poi, Dio libera quel popolo e gli dà una legge per mettere alla prova la loro obbedienza ai comandamenti. Ed ha funzionato? No, assolutamente. Mentre Mosè riceveva le tavole della Legge, il popolo adorava un vitello d’oro. Continuamente “gli uomini hanno amato le tenebre più che la luce, perché le loro opere erano malvagie.” (Giovanni 3:19). Ed è così che finalmente Dio manda suo Figlio nel mondo, e tu sai bene cosa gli hanno fatto le persone.


La morte e la risurrezione di Gesù inaugurano un altro periodo che non so nemmeno se posso chiamarlo un test, perché ci arriva con la risposta già pronta: “Chi crede nel Figliuolo ha vita eterna; ma chi rifiuta di credere al Figliuolo non vedrà la vita, ma l’ira di Dio resta sopra lui.” (Giovanni 3:36). È il periodo della grazia di Dio, ancora in vigore. Sarebbe forse troppo chiederti soltanto di credere in Gesù? Ricordati: condannato lo sei già. La tua unica speranza è credere in Gesù. E semmai hai già creduto, nei prossimi 3 minuti Gesù ci mostrerà come predicare il Vangelo.


Mario Persona - (Tradotto da Cristina Fioretti)

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